CONDOTTI DALLO SPIRITO
§CAPITOLO PRIMO
UNO SOLO E’ L’EVANGELO:
UNO SOLO IL SUO AUTORE.
Ho deciso di portare la mia testimonianza personale su
quanto ho vissuto nel rapporto con le Sacre Scritture e su come, nonostante
il mio scetticismo, sia giunta a credere in tutti i contenuti delle stesse,
convincendomi definitivamente che sono state volute ed ispirate da Dio. Le questioni che saranno oggetto di riflessione sono
certamente state vissute da molti altri credenti, i quali, come me, hanno
dovuto subire le aggressioni più disparate da parte della cultura umana
(quasi sempre in opposizione a quella cristiana) e dei sostenitori delle
analisi storiche relative alle varie stesure dei Testi Biblici. Sono laureata in lettere e filosofia e nel corso della
mia professione ho elaborato numerosi trattati umanistici, in particolare
ricerche storiche e psicologiche e dispense di critica letteraria e
filosofica. In ciascuno dei testi esaminati ho considerato e
commentato le componenti essenziali, il peculiare tipo di costruzione e
consequenzialità logica in relazione all’intero sistema noetico dell’autore e
della sua impostazione, verificandone la sostanziale coerenza e forza
dimostrativa. E dopo oltre dieci anni di studio, posso asserire con
tranquillità che talvolta ho rilevato, perfino nei più famosi filosofi e
pensatori, una conclusiva inefficacia epidittica, a causa di incongruenze e
vizi diffusi nel delicato processo delle configurazioni successive (deduttive
o induttive) dei nessi logici dimostrativi. In altri termini, nel corso dell’indagine,
emergevano zone di estrema vacuità speculativa , di caduta del ragionamento,
ove, in luogo di un gradino di compatta consequenzialità, si apriva una sorta
di “buco” assiomatico nella perfetta regolarità della scala razionale. Una
interruzione soltanto di questo tipo, se avviene in un passaggio cruciale, è
sufficiente ad inficiare l’intero sistema in esame, sia pur quello degli
“Analitici primi” e “Analitici secondi” aristotelici o quello della “Critica
della Ragion Pura” Kantiana. Pertanto, di fronte alla continua, insistente campagna
denigratoria, che tende, in effetti, a sgretolare l’affidabilità dei Sacri
Testi, pur dichiarando formalmente di volerli riconoscere Parola di Dio
(propaganda perpetrata anche da numerosi sedicenti cristiani e da libri ed
enciclopedie ufficiali del cristianesimo), ho avvertito insopprimibile dentro
di me la necessità di esaminare ancora una volta personalmente dal principio,
secondo l’ordine successivo con il quale ci sono pervenute, le Testimonianze
dei quattro evangelisti, per capire se in esse e solamente in esse, a
prescindere da qualsiasi teorizzazione umana, si potesse rintracciare
l’impronta del pensiero di Dio, della sua costruzione logica e della sua
firma inconfondibile. Mi sono risolta a cercare prove incontrovertibili
dell’ispirazione divina esclusivamente all’interno delle versioni attuali
correnti dell’Evangelo offerte ad ogni creatura umana di questo secolo,
per difendere la causa di Nostro Signore di fronte a quanti, essendosi
proposti di verificare con metodo essenzialmente storicistico le prime fonti,
il significato originario dei termini, la datazione esatta dei Testi
Evangelici, erano poi giunti alla più o meno esplicita conclusione che gli
stessi fossero sostanzialmente inattendibili, innanzi tutto a causa della
irreperibilità dei manoscritti originali e della conseguente impossibilità di
fissarne la precisa cronologia; inoltre a motivo delle controversie insorte
sulle figure stesse degli autori e sulla loro paternità dell’opera. Il tutto
a prescindere sia da molteplici presunte contraddizioni in termini sia da
problematiche ripetizioni reperite nell’analisi delle quattro stesure. Di fronte a simili ipotesi critiche, perennemente
sollevate a screditare l’attendibilità dei Testi Biblici, nessun credente
resta incontaminato e tutti coloro che ascoltano e leggono il pensiero di
questi moderni “scribi” finiscono col non prestare più fiducia alla Bibbia. A proposito della veridicità e fondamentale importanza
del riferimento scritturale, Gesù racconta una parabola in cui Abramo replica
all’uomo ricco e impietoso, il quale, dai tormenti dell’Ades, gli chiede di
avvertire i suoi fratelli ancora vivi dell’esistenza del Paradiso e
dell’inferno (affinché non commettano i suoi stessi errori): Hanno Mosè e i profeti: ascoltino quelli. Ed egli: no,
padre Abramo; ma se uno va a loro dai morti, si ravvedranno. Ma Abramo
rispose: se non ascoltano Mosè e i Profeti, non si lasceranno persuadere
neppure se uno dei morti risuscitasse (Luca, 16,19 sgg). Alcuni obiettano che Gesù si
riferiva all’inerranza del vecchio Patto. A costoro si fa notare che la
convalida delle Scritture vetero testamentarie viene dunque data da quella
neo testamentaria, per cui, se si accetta l’imprimatur alle prime tramite la
seconda, è stolto ritenere come ciò che convalida sia inferiore a quanto
viene convalidato. Il ricordo della parabola è sorto spontaneo, ma è chiaro
che anche l’autorevolezza di questo esempio (e degli innumerevoli altri che
si potrebbero rievocare) viene completamente svilita laddove si lasci spazio
a pretese letture didascalico-scientifiche del Nuovo Testamento, che
contribuiscono ad alimentare a monte, in modo più o meno consapevole, il
dubbio riguardo alla sua provenienza dalla divina volontà. Le Scritture sono necessarie alla fede sia di quanti già
credono sia di tutti coloro che vi si accostano desiderando credere; perciò
inficiarle, sminuendone l’efficacia o travisandole artificiosamente in
qualsivoglia maniera (come facevano i dottori del tempio e i farisei al tempo
di Gesù), in modo tale da favorire il potere delle caste sacerdotali e la
loro influenza sul popolo, significa scollegare irreparabilmente le anime ed
i cuori dalla giusta conoscenza di Dio, che sta nell’imparare a procedere e a
praticare il non oltre quel che è scritto (1Corinzi 4,6). Anche in questo versetto si pone il problema della divina
ispirazione degli Scritti Sacri: dalle lettere dell’Apostolo Paolo e dagli
Atti si deduce che il vecchio Patto è idoneo soprattutto a dimostrare come
Gesù sia il Cristo, mentre le Scritture Evangeliche sono deputate a
dimostrare la volontà di Dio per il suo Regno, stabilito sulla terra, oltre
che nel Cielo, dal Re Gesù. Paolo, dunque, in più occasioni, sostiene l’ispirazione
divina del Nuovo Testamento. Si ritiene con fermezza che tali affermazioni
siano avvalorate dal Signore, quando dichiara che non si può mettere vino
nuovo in otri vecchi o applicare una nuova stoffa su un vecchio vestito. Infatti, gli scritti del Nuovo Patto servono per il
vestito nuovo del Regno di Dio ed il vino nuovo spirituale, che è dolce e
frizzante, va conservato in otri nuovi, diversi dai precedenti, di nuova
fattura e sostanza; essi sono assimilabili metaforicamente alla natura
cristiana, diversa da quella umana, perché rigenerata e nata per durare in
eterno. I fautori della linea storicistica
sostengono di non riuscire a reperire prove a sentir loro sicure
sull’identità degli effettivi autori del Nuovo Testamento e si omette per il
momento la questione, altrettanto complessa, inerente all’autenticità ed alla
veridicità dei testi dell’Antico, anche perché, una volta dimostrato
l’intervento divino nella stesura dell’Evangelo, viene automaticamente a
decadere qualsiasi dubbio relativo alle Scritture precedenti. Ciò che gli storici
non riescono a trovare, anche perché neppure se lo propongono, né a
comprendere, è che l’unico vero autore dell’Evangelo è lo Spirito Santo,
lo Spirito della verità, lasciato appositamente da Gesù ai discepoli e a
tutti noi che crediamo in Lui, per guidarci nella completa la verità, per
parlarci di tutto quello che ha udito e per annunziarci le cose a venire: Pure io vi dico la verità: v’è utile ch’io me ne vada,
perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado,
io ve lo manderò. E quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al
peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non
credono in me; quanto alla giustizia, perché me ne vado al Padre e non mi
vedrete più; quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato
giudicato. Molte cose ho ancora da dirvi, ma non sono per ora alla vostra
portata; ma quando sia venuto Lui, lo Spirito della verità, Egli vi
guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello
che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire. Egli mi glorificherà,
perché prenderà del mio e ve lo annunzierà. Tutte le cose che ha il Padre
sono mie: per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà
(Giov.16,7 sgg.) Gesù affida la verità di suo Padre,
delle sue Parole e della conoscenza del suo Regno allo Spirito Santo, che
scenderà dal cielo dopo la sua dipartita. Il titolare della
verità e della veridicità delle Sacre Scritture non è, dunque, una prova
storica o documentale, ma lo Spirito di Gesù Cristo: il solo in grado di
aprirle, di rivelarle, di renderle capaci di convincere e di far crescere la
fede in Dio. Oggi tutto si tende a dimostrare
umanamente e non spiritualmente, per giungere poi a non poter dimostrare,
visto che ciò non è dato all’uomo, avendolo Dio riservato alla sua propria
autorità. Pertanto, nell’umano orgoglio, lo
studioso, impossibilitato a raggiungere da solo la conoscenza della verità,
crede di potersi riscattare dal personale fallimento, giungendo alla più
facile pretesa di dimostrare il contrario di quanto si era prefisso, fino a
concludere che le Scritture non sono da Dio, senza tuttavia intuire che
questa è nel contempo la sua più forte sconfitta, operante per contraddizione
manifesta. Ritorneremo in seguito su questo passo importantissimo di
Giovanni; per ora basti considerare quel che viene promesso da Gesù riguardo
al fatto che lo Spirito della verità convincerà il mondo… quanto al
peccato, perché non credono in me: il principale peccato del mondo è
dunque l’incredulità nei confronti della persona di Cristo e della sua Parola
e Gesù affida proprio al Santo Spirito la missione di convincere gli uomini
della verità. Poco prima il Maestro aveva detto: Ma quando sarà venuto il Consolatore, che io vi manderò
da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, Egli
testimonierà di me; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete
stati meco fin dal principio (Giov.15,26 sgg.) Ora, considerando che in una delle
sue apparizioni ai discepoli, dopo la risurrezione, Gesù disse pure loro: Pace a voi! Come il
Padre mi ha mandato, anch’io mando voi. E, detto questo, soffiò su loro e
disse: ricevete lo Spirito Santo. (Giov.20,21 sgg.), la conclusione è che lo Spirito
della verità avrebbe testimoniato di Gesù (affinché tutti gli uomini
potessero conoscerLo e credere in Lui e, credendo, ricevere vita nel suo
nome), sia guidando gli apostoli ad una conoscenza sempre più profonda di
Dio, sia aiutandoli a testimoniare a loro volta di Lui, sia tramandando e
ricordando e rivelando agli uomini attraverso i secoli e le generazioni le
cose udite dal Padre, passate, presenti, future, desumendole dal Padre e
annunziandole alle creature, lungo sentieri sconosciuti al mondo, ma
perfettamente rispondenti alla divina volontà. Lo Spirito della verità non ha bisogno di nessuna
indagine storica né del ritrovamento di manoscritti originali o di altre
prove umanamente reperibili, poiché Egli in sé ha la potenza di convincere i
cuori di quanti gli si affidano nel nome di Gesù Cristo, introducendoli nell’interpretazione
di tutte le Scritture, per mostrare loro quanto concerne il Padre, il Figlio,
il Regno, la Chiesa, ovvero il Corpo di Gesù, presente sulla terra dal
momento dell’ascensione e vivente fino al suo ritorno mediante il cibo della
Parola evangelica. Di fronte alle affermazioni di esegeti, glottologi,
storici, propensi ad avanzare dubbi sull’attendibilità delle Scritture a noi
pervenute, è sorta in me la convinzione contraria che lo Spirito Santo deve
essere stato invece perfettamente capace di trasmettere ad ogni uomo con
larghe o ristrette facoltà, con vasta o limitata intelligenza, istruzione,
cultura teologica, filosofica, letteraria, tutta la conoscenza utile alla
salvezza ed alla vita. Ascoltando le argomentazioni di questi studiosi così dotti,
così informati sulle vicissitudini occorse ai primi compositori dei Sacri
Testi ed ai loro successivi traduttori, sui dettagli delle indicazioni
cronologiche, sulle peculiari necessità delle Chiese e dei molteplici gruppi
cristiani sorti in aree geografiche differenti, sulle esigenze contingenti di
ordine storico-sociale, culturale, tradizionale, filtrate o meno nel
canovaccio scritturale, alla fine una persona si convince che, qualora non
acquisisca il loro stesso bagaglio nozionistico, pur essendo desiderosa di
difendere la credibilità delle Scritture, sarà sempre costretta, in caso di
confronto, a fare una pessima figura o, nella migliore delle ipotesi, a
rimanere in silenzio, senza poter nulla replicare, onde non essere tacciata
di disinformazione ed immaturità spirituale. Anch’io, consapevole del problema ed essendomi trovata
spesso in situazioni brucianti per la mancanza di una adeguata preparazione
tecnica con la quale sommergere a mia volta di dati e riferimenti biblici
l’interlocutore, ho cominciato ad istruirmi sulle più famose pubblicazioni
critiche concernenti le Scritture e la loro storia, nell’intento di erudirmi
ad un grado tale da essere sempre pronta a confutare qualsiasi obiezione
addotta dagli scettici, dimostrando di conoscere le loro medesime nozioni, ma
di non tenerne conto in quanto ininfluenti ai fini di una discussione
vertente sul libro di Dio. Tuttavia, nonostante i buoni
propositi, mentre consultavo, sintetizzavo e memorizzavo i documenti critici
più recenti, assorbivo anch’io, a poco a poco, inconsciamente, quel substrato
di profondo distacco intellettualistico e di freddo razionalismo, che permea
le orgogliose costruzioni della cultura umana, senza risparmiare il campo
teologico. La mia fede cominciava a vacillare, come risucchiata da quel fitto
vortice di considerazioni, spesso in antinomia fra loro, ed impossibilitata a
trovare nell’una o nell’altra di esse una soluzione convincente alla quale
afferrarsi. L’apice della crisi mi colse un
giorno del Gennaio 2001, mentre stavo reperendo notizie su Matteo, al fine di
approfondire (almeno così pensavo) le motivazioni e le direttrici precipue
del suo messaggio. Da un volume di Giorgio Bouchard, intitolato “Cristianesimo”,
desumevo che “Dei tre Vangeli sinottici, si ritiene quello di Marco il
più antico, perché, salvo poche eccezioni, tutto il suo contenuto è presente
negli altri due, per i quali è evidentemente servito da fonte”… ciò
significava che, secondo l’autore, non era nemmeno immaginabile una analogia
delle deposizioni testimoniali degli evangelisti sulla comune base
dell’ispirazione dello Spirito Santo… Se Matteo si fosse avvalso di Marco
nella stesura delle sue pagine, che senso avrebbe avuto, allora, per noi
credenti nello Spirito della verità, posizionarlo all’inizio del Nuovo
Testamento? E perché lo Spirito di Dio, sapiente come nessun altro, avrebbe
dovuto costituire una specie di duplice doppione, consentendo a Matteo e a
Luca di ricalcare supinamente la testimonianza di Marco? Inoltre, mi
domandavo, come è possibile che Matteo, un apostolo del Signore, dopo aver
vissuto al suo fianco ed essere stato ammaestrato direttamente da Lui, abbia
sentito il bisogno di ricorrere allo scritto di Marco, discepolo di Pietro,
quando la sua memoria sarà stata affollata da ricordi di vita ed esperienze a
stretto contatto con Gesù, dai suoi discorsi ed insegnamenti, da sentimenti
ed emozioni intense, strazianti e sublimi, ancora vive e pulsanti? Procedendo nell’investigazione,
apprendevo via via da alcuni professori che di Matteo-Levi, a prescindere
dalle notizie situate nel Nuovo Testamento, non si sapeva nulla di
storicamente attendibile; da altri, che si trattava probabilmente di un ebreo
che scrisse intorno al 90/100 dopo Cristo. Diversi eruditi si spingevano a
teorizzare che Matteo rappresentava, presumibilmente, il predicatore più in
vista di una comunità cristiana della prima metà del secondo secolo, nella
quale si sarebbe formata una prima stesura dell’omonimo Vangelo. Infine, nel consultare l’”Enciclopedia del
Cristianesimo”, edita dalla De Agostini, trovavo, riguardo a Matteo,
precisazioni che mai avrei potuto aspettarmi da un dizionario “cristiano”;
riporterò qui di seguito alcuni degli stralci più significativi: Matteo è nominato nell’elenco dei dodici apostoli…solo il
Vangelo di Matteo lo qualifica come pubblicano, cioè appaltatore delle
imposte per conto dei romani…gli altri Vangeli sinottici denominano questo
pubblicano Levi…La tradizione antica gli attribuisce il primo Vangelo
canonico…La notizia più antica l’abbiamo da Papia (metà del secondo secolo):
Matteo avrebbe scritto un Vangelo in lingua ebraica (o aramaica). Tale
notizia trova eco in Ireneo, Tertulliano, Origene e Gerolamo, il quale
identifica Matteo con il pubblicano Levi. E’ difficile attribuire validità
storica alla notizia di Papia…per quanto riguarda Matteo/Levi si può forse
riconoscere all’apostolo un ruolo nella formazione della tradizione
giudeo-cristiana confluita nell’attuale Vangelo o nella fondazione della
comunità per cui il Vangelo è stato scritto. Il Vangelo che possediamo è
stato scritto direttamente in greco e non è una versione dall’ebraico: lo
conferma la presenza di una terminologia, di forme stilistiche e di giochi di
parole possibili solo alla lingua greca L’autore verosimilmente è un giudeo-cristiano
della seconda o terza generazione, il quale conosce il greco…L’ambiente in
cui opera l’autore è fondamentale per comprendere meglio la sua fisionomia e
la finalità del Vangelo…da una parte Matteo si rivolge a un fronte interno,
costituito forse da carismatici che hanno un’intensa vita religiosa (7,22),
ma non osservano, o addirittura rifiutano, l’interpretazione della Legge data
da Gesù e perciò commettono iniquità(7,23). Contro costoro Matteo fa valere
la continuità dell’autorità della Legge, che non è stata abolita ma portata a
compimento da Gesù (5,17-20). C’è sicuramente un altro fronte esterno,
costituito dal giudaismo…con questo giudaismo Matteo ha probabilmente ormai
rotto i ponti ed è in aperta polemica. Lo si comprende dalle invettive contro
“scribi e farisei”(23,1-36) e dall’estraneità che esprime nei confronti delle
“loro sinagoghe” (4,23; 9,35; 10,17; 13,54; 23,34). Il conflitto tra comunità
di Matteo e giudaismo si gioca attorno all’autentica interpretazione della
Legge che esprime la volontà di Dio. Per il giudaismo l’interpretazione è
quella data dalla tradizione e dalle sentenze dei rabbini. Per Matteo il vero
e definitivo interprete è Gesù… Quanto al luogo e alla data di composizione del Vangelo
di Matteo, l’Enciclopedia prosegue: C’è un certo consenso nell’individuare il luogo di
composizione del Vangelo di Matteo in Antiochia di Siria, una città dove si
parlava il greco ed esistevano parecchie sinagoghe. Inoltre questo Vangelo è
citato per la prima volta da Ignazio di Antiochia…La data della sua stesura è
collocata generalmente dopo il 70, dal momento che Matteo sembra conoscere la
distruzione di Gerusalemme (cfr.22,7; 23,37-38). Se di fatto Matteo ha già
rotto i ponti con il giudaismo, si può pensare con maggior precisione a una datazione
dopo l’85, poiché in quell’anno pare si debba collocare la scomunica nei
confronti delle comunità cristiane da parte del giudaismo ufficiale… E’ stato proprio a questo punto della lettura che è
scattato in me un fortissimo moto di costernazione e rivolta, una specie di
indignazione grave e profonda nel constatare con quale spirito e con quale
rispetto si dissertava , anche nel mondo cosiddetto “cristiano”, di Gesù
Cristo e del suo Evangelo. Se rileggiamo ed esaminiamo con attenzione le
informazioni che ci vengono offerte dal compilatore, non ne esiste neppure
una di cui egli sia assolutamente sicuro; dice e si contraddice (questo
emerge ancora più evidentemente dalla lettura integrale della sua
trattazione); alcune delle ipotesi che avanza sono possibili, altre
probabili, altre confutabili, altre completamente assurde. Eppure il modo con
cui le porge appare estremamente compiaciuto di un siffatto affastellamento
di dati incerti ed aleatori, ove, se c’è da propendere per una notizia che
rafforza la fede in Gesù Cristo, viene subito esclusa (vedi citazione di
Papia), mentre se ce n’è un’altra contraria, viene subito accolta (tale è, ad
es.la tesi che il Vangelo di Matteo non può essere stato tradotto da un primo
modello ebraico, di cui sia stato veramente autore l’apostolo). Forse il compilatore ha sottovalutato il fatto che
esistono buone e cattive traduzioni: le famose “brutte fedeli” e “belle
infedeli”; nelle prime permane, in effetti, una pressoché completa dipendenza
del traduttore dall’impianto strutturale e formale della lingua che egli ha
deciso di traslare in altra; nelle seconde invece il traduttore si affranca
totalmente dal tessuto sia macro che micro-strutturale della lingua che vuole
traslare e, nel tradurre, acquista quasi la paternità di una nuova opera,
forgiata secondo i moduli stilistici e le caratteristiche espositive meglio
confacenti alla nuova lingua nella quale il modello originario è stato
trasposto. Ad esempio, l’Iliade, nella traduzione italiana in endecasillabi
di Vincenzo Monti, acquista indubbiamente una sua propria fisionomia Il fatto che una versione sia scritta in una lingua greca
scorrevole e disinvolta non significa dunque, assolutamente, che non possa
essere stata ricavata da una precedente stesura in lingua ebraica o aramaica. A prescindere comunque da tali disquisizioni, superflue
nel dettaglio, poiché è inutile discutere su questioni incerte, la parte più
inquietante del brano sopra riportato coincide con l’affermazione che
l’ambiente in cui opera l’autore è fondamentale … e che la data della stesura
del Vangelo è collocata generalmente dopo il 70, dal momento che Matteo
sembra conoscere la distruzione di Gerusalemme…ecc La diffusa atmosfera sotterranea di incredulità e cinismo
che gravava implicitamente fra le righe precedenti ed opprimeva ed irretiva
il lettore, quasi senza che questi se ne avvedesse e potesse difendersi, si
manifesta ora in maniera più scoperta, come prospettiva completamente
tendente ad accreditare la visuale umanistica e storicistica e a giustificare
solo empiricamente i contenuti della pagina scritturale. I due dati più
macroscopici coincidono con le spiegazioni date dal compilatore riguardo alle
invettive fatte da Nostro Signore contro gli scribi e i farisei e riguardo
alla profezia della distruzione di Gerusalemme: in entrambi i casi (come del
resto avviene per tutte le altre notazioni critiche della trattazione) il
compilatore attribuisce a circostanze meramente umane e contingenti della
vita di Matteo i contenuti presenti nel Vangelo. E’ evidente come l’evangelista (di cui l’autore della
voce enciclopedica ha già provveduto in precedenza, pur non essendo sicuro
delle sue stesse teorie, a demolire la credibilità storica) venga dunque
considerato alla stregua di un romanziere qualsiasi, capace di mettere in
bocca a Gesù Cristo e di spacciare quali sue profezie delle battute
artificiosamente costruite sulla base di avvenimenti già accaduti. Se le invettive del Signore contro gli scribi e i farisei
ipocriti (colpevoli di aver travisato lo spirito autentico della Legge, di
non aver mostrato ravvedimento quando il Figlio di Dio volle spiegare loro la
retta via da percorrere, e addirittura di averlo accusato ingiustamente e
condannato a morte), se le repliche del Maestro contro la lucida perfidia dei
suoi aguzzini fossero state preparate a tavolino da Matteo, solo perché i
dissapori della sua comunità con i rabbini si erano acuiti a causa
dell’ostracismo dato ai cristiani dal giudaismo ufficiale, ebbene, allora a
che varrebbe perdere ulteriore tempo sul Vangelo e continuare a chiamarci
cristiani? E se la profezia pronunciata da Gesù sulla distruzione di
Gerusalemme fosse stata allo stesso modo inserita a posteriori da Matteo
nella “sceneggiatura”, esattamente come si fa per le opere teatrali, non sarebbe
più possibile mantenere ferma nessun’altra “battuta” di Gesù, sia perché
molta parte dei suoi discorsi e delle sue parabole è intessuta di profezie
(le quali, a questo punto, sarebbero state tutte aggiunte postume), sia
perché, scorporando o tentando di scorporare le profezie (e ovviamente, a
maggior ragione, i miracoli) crollerebbe tutta la compagine
strutturale-contenutistica e si strapperebbe il tessuto stilistico-formale,
componenti che nel Vangelo sono invece intrecciate insieme in modo strettissimo
e molto speciale, come verificheremo e comproveremo nel corso del nostro
studio. Non si vede infatti come sarebbe possibile pensare che
Gesù compiva miracoli o perdonava i peccati quando non avesse avuto la
potenza di pronunciare anche le profezie e quando non avesse avuto il diritto
di rispondere ai suoi persecutori. O forse i
suoi persecutori non vi furono mai…forse gli scribi e i farisei si
dimostrarono remissivi e docili di fronte a Gesù, gli vollero probabilmente
pure bene…del resto le sue invettive non sono le sue, ma risultano solo dal
“copione” molto posteriore di Matteo, che era in attrito con i rabbini e
voleva in certo modo vendicarsi di loro… ma sarà esistito poi, questo
Matteo?… e anche se fosse esistito, non doveva comunque avere una esemplare
onestà intellettuale, dato che architettò una simile strategia letteraria,
fingendo di essere in buona fede e di testimoniare la verità da lui vissuta e
nascondendo invece le sue personali rivendicazioni e amarezze dietro la
fantasiosa “montatura” ad hoc del suo protagonista Gesù. ….ma Gesù, allora,
se non è stato perseguitato, non faceva miracoli, non profetizzava, non
raccontava parabole (essendo queste di Matteo), che cosa faceva? …e poi, chi
lo avrebbe denunciato e fatto crocifiggere se i farisei non gli erano
ostili?…Molto probabilmente, per quel che concerne la crocifissione, si è
trattato di un finale ad effetto inventato da Matteo per fare più colpo sulle
comunità cristiane emergenti ed ottenere così un maggior successo di pubblico
alle sue predicazioni… A queste ed a consimili conclusioni aberranti potrebbe
approdare la mente di un malcapitato (specie se giovane nella fede) che si
interessasse al Vangelo e si accostasse con speranza ad una enciclopedia
cristiana per conoscere qualcosa di più a proposito di un evangelista. In effetti, quanto esposto dall’enciclopedia appare
gravemente lesivo della fede cristiana e contribuisce ad allontanare dalle
Sacre Scritture tutti coloro che si affidano ingenuamente ed incautamente a
quelle argomentazioni. La condizione di amarezza che assale i credenti quando si
trovano a leggere simili pubblicazioni è estrema, in quanto tali scritti,
apparentemente proficui e a difesa della causa cristiana, ricordano nel
profondo e fanno tristemente rivivere le più insidiose macchinazioni promosse
dagli scribi e dai farisei, i quali, al tempo di nostro Signore, cercarono di
destabilizzarne l’immagine e la predicazione. Così, ancora oggi, l’opera
della crocifissione continua ad essere perpetrata attraverso l’influenza di quanti,
dichiarandosi ufficialmente dalla parte dell’Evangelo, si adoperano invece,
nella pratica, ad alimentare dubbi e a trattare i Sacri Testi con lo spirito
di chi è convinto che siano frutto di contraffazione. A tal punto è necessario riprendere le assurde
affermazioni sopra riportate ed in primo luogo confutare la datazione
dell’Evangelo di Matteo, che dovrebbe comunque essere posticipata al 70 solo
perché, nei capitoli 22 e 23, vi sono allusioni di Gesù alla distruzione di
Gerusalemme. L’atto grave commesso dall’enciclopedia consiste nel
contrabbandare anticipazioni profetiche di nostro Signore come informazioni
ormai certe di eventi accaduti, inserite a bella posta nel contesto
dall’evangelista e da lui arbitrariamente attribuite a Gesù, con il presunto
intento di aggiungere prestigio alla predicazione del “Profeta”, da cui la
sua comunità dichiarava di essersi originata. Appare chiaro
come un semplice sospetto di questo genere (ossia molto meno di quanto, nel
caso dell’enciclopedia, viene assunto quale taglio metodologico) sarebbe
sufficiente, qualora comprovato, ad inficiare il fondamento stesso del
cristianesimo, poiché denuncerebbe la sostanziale fragilità e precarietà sia
dello scrittore dell’Evangelo sia del suo protagonista, non già Figlio di
Dio, cui è possibile, fra l’altro, profetizzare, ma personaggio
semi-fantastico, risultato romanzesco di artificiose commistioni di pubblica
e privata utilità. Il fatto è-che nessuna delle subdole ipotesi architettate
per screditare la figura di Gesù è benché minimamente dimostrata né
dimostrabile e rimane quindi pura teoria, tesa a smantellare e ridicoleggiare
la sua persona, come fosse un grottesco manichino costruito dall’abilità
inventiva di soggetti interessati ad acquistare autorevolezza e prestigio,
traendo spunto da alcuni fatti della sua vicenda terrena e trasformandoli per
la platea in eventi straordinari. In realtà il vero problema risale al compilatore della
sopra citata spiegazione enciclopedica, il quale, essendo evidentemente
persona priva di fede nella natura divina del Signore, disconosce totalmente
la sacralità del Testo Evangelico, ritenendo che esso sia stato scritto da
uomini, i quali, privi di ogni scrupolo, abbiano messo in bocca a Gesù ogni
sorta di loro aspirazioni, convinzioni, fantasie e mire personalistiche, fino
al punto da gabellare per profezia del Maestro un evento storico verificatosi
nel 70 dopo Cristo. Per questo modo di ragionare intorno ai Vangeli,
moltitudini di anime si sono convinte che gli scritti del Nuovo Testamento
siano nulla più che delle elaborazioni umane, di molto posteriori al periodo
trascorso da Gesù sulla terra, volte a soddisfare interessi e finalità
individuali e di gruppo, fino a rappresentare uno strumento di reazione e
vendetta nei confronti delle classi sacerdotali del Sinedrio, degli scribi,
dei farisei, dei sadducei e delle altre sette che caratterizzavano la vita
religiosa del tempo. Sotto questo profilo gli Evangeli appaiono come un libro
di imposture e di ciniche rivalse, dove non esiste affatto la verità della
manifestazione del Figlio di Dio e dove la menzogna e l’inganno guidano
sistematicamente gli eventi. Presupposto ciò, dopo una serie di argomentazioni così
distaccate e asettiche da sembrare a prima vista scientifiche nel loro sforzo
di comparazione dei Sacri Testi con il tessuto storico-sociale del tempo, la
conclusione ovvia indotta evince una totale diffidenza riguardo
all’autenticità e credibilità sia dei componimenti degli evangelisti sia,
conseguentemente, delle altre Scritture Bibliche, dato che gli Evangeli ne
rappresentano il cuore. In senso più generale, seguendo le tesi degli storici,
tutte più o meno improntate ad annullare la validità delle profezie e dei
miracoli di Cristo, ossia delle manifestazioni legate alla sua natura di
Figlio di Dio, si è inevitabilmente condotti a ricercare i manoscritti
originali degli evangelisti ed, in loro mancanza, le versioni e traduzioni
più antiche, nonché a risalire alle probabili fonti cui gli autori stessi dei
Vangeli attinsero, attraverso una catena infinita di verifiche e di ipotesi,
spesso fortemente discordanti dall’uno all’altro studioso, senza che mai
alcuno sia capace di addivenire ad una prova definitiva di ciò che intende
sostenere. L’unico risultato univoco cui gli studiosi pervengono è quello di
disseminare, nel corso delle loro indagini, un dubbio ricorrente, dissuadendo
i lettori dal credere a qualsiasi verità soprannaturale venga espressa
intorno al Signore. Anch’io stavo per cadere in questo insidioso tranello ed
avrei abbandonato la fede, se lo sconforto e il disappunto (suscitati in me
dall’aver consultato l’enciclopedia e constatato su qual sorta di alleati
possa contare oggi il Maestro) non si fossero tradotti in urgente necessità
di levare la mia voce a difesa della causa di Gesù Cristo: decisi così di
leggere ancora una volta il Nuovo Patto, al fine di poter dimostrare, in
primo luogo, la sua ispirazione divina. Cominciai a domandarmi se i Vangeli,
essendo il libro di Dio, non contenessero in se stessi la prova della loro
origine soprannaturale e venissero pertanto ad escludere,
automaticamente, qualsiasi ingerenza esterna proveniente dall’umana cultura. Questa era la mia ultima speranza per conservare la
certezza della veridicità delle Scritture e continuare a credere nella Parola
della Vita, che avevo trovato e che l’influenza di uomini, i quali si
proponevano come veri detentori della conoscenza storica e scientifica, mi
stava portando via. Sentivo dentro di me che, se la Bibbia era stata ispirata
da Dio, doveva portare l’impronta della sua sapienza, della sua onnipotenza e
del suo amore; per questo mi sono immersa in una attenta lettura dei testi e
di colpo la mia mente è stata aperta come non mai e ho potuto, per la prima
volta, osservare ciò che non appare a prima vista: il meraviglioso disegno
tracciato dall’intelligenza divina sulle pagine di quel libro che nessun uomo
avrebbe potuto scrivere, ma soltanto Dio, che ora riconosco, ringrazio e
glorifico nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore. Più mi inoltravo nella considerazione dell’Evangelo e più
mi rendevo conto che la verità doveva per forza stare, con grande semplicità,
nelle traduzioni della Bibbia oggi pervenuteci e d’uso comune, essendo lo
Spirito Santo potente a superare ogni limite umano, ogni problematica
storica, ogni artificiosa ed erudita pretensione, per trasmettere ai cuori
dei lettori quella progressiva rivelazione della conoscenza di Dio a Lui
affidata da Gesù, appena risorto e in procinto di salire al Cielo. L’obiezione che esistono diversi tipi di traduzioni della
Bibbia, invalse tra i protestanti, i cattolici, gli ortodossi, ecc., non
invalida minimamente le nostre affermazioni, poiché, in effetti, non nelle
differenti sfumature delle interpretazioni testuali né nel diverso numero dei
libri accolti (il nucleo centrale e fondamentale dei libri è eguale e
riconosciuto da tutti; gli altri libri aggiunti da alcune denominazioni non
sono indispensabili e non mutano comunque il significato di quelli comuni a
tutti), ma nella somma della Parola riferita si può reperire la verità. I contenuti essenziali del dettato divino risultano
dunque omologhi ed omogenei in tutte le versioni della Bibbia oggi
maggiormente accreditate, purché non si estrapolino da esse singoli versetti
e frammenti (un’abitudine purtroppo assai frequente), ma le si adoperino
nell’integralità delle loro esposizioni. D’altra parte, non potrebbe essere altrimenti, dal
momento che il Salvatore non può essere disceso in mezzo a noi per decreto
del Padre, a spiegarci come entrare nel Regno eterno e ad immolarsi sulla
Croce, offrendo il suo sangue come prezzo di riscatto per i nostri peccati, e
poi aver condotto le cose a metà, ossia essere ritornato nel Cielo, affidando
la testimonianza della sua predicazione e delle sue opere a documenti precari
ed incerti, della cui autenticità sia possibile dubitare. Tutto ciò non
avrebbe alcun senso. E’ invece ragionevole credere interamente nella sua
Parola e, facendosi da essa guidare, trovare la verità: Gesù aveva fin dal
principio deciso di non consegnare alla sua personale scrittura alcun
insegnamento e, se Lui lo ha voluto, certamente esiste una motivazione
importante. La più evidente risulta essere quella di non lasciare né rotoli
di pergamena né tavolette né alcun altro oggetto materiale che potesse
divenire, dopo la sua ascesa al Padre, pretesto di adorazione fra gli uomini.
Tale è, ad esempio, il Corano per gli arabi, considerato alla stregua
di un vero e proprio idolo, cui portare venerazione. La Parola di Gesù, a differenza della parola presente in
qualsiasi religione umana, è Vita eterna; ed è quindi impossibile
cristallizzare la Vita in simboli linguistici, imbrigliarla ed imprigionarla
una volta per sempre, dovendo scegliere, fra l’altro, in tal caso, un idioma
del mondo su tutti gli altri e venendo così a sancire una preferenzialità
rispetto ai restanti modi terreni di esprimersi, a discapito dell’assoluta
universalità del messaggio evangelico. Inoltre, il peculiare insegnamento del Maestro
presupponeva una gradualità di rivelazione, adattabile alla progressiva
maturazione spirituale dei discepoli e diversamente conformabile secondo il
tipo di uditorio e l’animo e la fede degli ascoltatori; molti messaggi
venivano anche dati in maniera criptica alle folle, sotto forma di parabole,
e poi spiegati a parte alla minoranza degli eletti. Infine, Gesù prometteva, nel tempo, di lasciare al suo
Santo Spirito il compito, sulla terra, di rammentare ai credenti le sue
Parole, secondo la necessità del momento, di insegnare la verità e di
approfondire la conoscenza di Dio man mano che l’umanità si fosse avvicinata
agli ultimi tempi ed alla stagione del suo ritorno. Per tutte queste ragioni (e per altre, forse, che non ci
è dato per ora di scorgere), Gesù ha scelto di affidare al Consolatore
l’esposizione e la dispensazione della sua Parola, tramandata anche per mezzo
della scrittura attraverso uomini da Lui ispirati. A questo punto crolla l’interesse su qualsiasi ipotesi
concernente le identità storiche degli evangelisti e delle loro
testimonianze, che non si devono più, dunque, intendere, manifestamente,
quali opere terrene, ma come Scritture dettate dallo Spirito Santo,
secondo le promesse del Salvatore, e conservate dai posteri e reperite e
ordinate mediante altri esseri umani, dal Signore seguiti e protetti in
questo incarico. Tali Scritture sono, pertanto, a noi pervenute
nell’esatta condizione e formulazione e successione in cui Egli ha voluto ci
giungessero. Secondo tale ottica, il fatto che manchino i manoscritti
originali degli evangelisti, lungi dall’essere un difetto, diventa una
precisa circostanza chiaramente decisa e promossa dal Padre, onde non esporre
gli uomini a cadere nell’errore già evidenziato di adorarli o di identificare
la rivelazione trasmessa dallo Spirito Santo con un intendimento o una
risoluzione scaturita dall’umana natura degli evangelisti stessi. Questi ultimi, estranei a velleitari protagonismi,
rivestono invece, come constateremo nel corso della presente ricerca, il
ruolo di obbedienti scribi del Regno dei cieli. Più che giusto, dunque, nel piano di Dio, che non sia
trovata traccia delle loro calligrafie, materiali segni ed involucri di un
annuncio trascendente e sfuggente a qualsiasi veicolo mondano e transeunte. Certo, tutto ciò sfugge alla logica interpretativa degli
storici, i quali, nell’impossibilità di risalire agli originali, ravvisano,
non tanto una prova della inattingibilità e soprannaturalità di Dio, quanto
una deplorevole lacuna e causa di impedimento all’enunciazione di un loro
verdetto favorevole all’autenticità degli Evangeli. La verità è che il Signore non ha voluto legare
l’affidabilità della sua buona novella al pronunciamento degli scienziati del
mondo, né convincerli con inconfutabili ritrovamenti concreti di manoscritti
primigeni, ma ha preferito vanificare le umane potenzialità di ricercare
empiricamente una dimostrazione, seminando tuttavia indizi incontrovertibili
del suo divino tracciato, alla fine unico e inconfondibile per chiunque si
risolva a seguirlo, lasciandosi persuadere dalla sua superiore volontà e non
da quella miope e relativistica mostrata dagli studiosi terreni. A conforto della nostra convinzione affiora l’invito
stesso di Gesù a tutti coloro che sono affaticati e stanchi, poveri e deboli,
afflitti e perseguitati, affinché si rechino a Lui per avere riposo e
salvezza e per apprendere dalla sua persona che la rivelazione delle cose
spirituali, incomprensibile ai cosiddetti dotti e sapienti, viene riservata
solo agli umili ed ai mansueti di cuore, a coloro che sono semplici e
innocenti come piccoli fanciulli, non ancora contaminati dai veleni
intellettuali e dalla superbia del mondo. Con questo spirito e con questi intendimenti mi sono
messa a rileggere gli Evangeli, partendo da Matteo, ed ho capito che Dio è
più grande di ogni scienziato, di ogni scriba, di ogni fariseo, di ogni prova
storica, di ogni significato etimologico e glottologico. Egli è potente a far giungere a tutti gli uomini,
compresi noi del 2001, la Sua Verità, la sua Parola di salvezza, affinché
ogni credente semplice di cuore possa leggere e capire, mediante l’aiuto
dello Spirito Santo, e glorificare Iddio per la grandezza dei contenuti
consegnatici nelle tanto avversate e criticate pagine del Nuovo Testamento
giunte fino a noi. Inoltre, di fronte alle superficiali deduzioni dei
“Soloni” odierni riguardo alle grandi difficoltà che Gesù avrebbe incontrato,
qualora avesse voluto fermare su tavolette di cera (scomode e ingombranti) o
su papiro (assai costoso) le sue predicazioni, obbietto che non sarebbero
stati certo questi gli ostacoli invalicabili a Dio per trasmettere a noi la
sua volontà: del resto Egli, quando lo decretò, incise su tavole di pietra i
comandamenti, senza neppure ricorrere a mano e scalpello d’uomo. Pertanto, se il Signore avesse
voluto farci pervenire un testo scritto direttamente o dettato da Lui su
pergamena o tavolette di cera, su legno, pietra o qualsiasi altro materiale,
lo avrebbe sicuramente fatto. Se così non è stato, uno o più plausibili
motivi devono sussistere: ed il primo, già accennato, si può individuare
nell’aver inteso evitare l’idolatria e la trasformazione in feticci degli
oggetti della testimonianza, da Lui eventualmente lasciati. Se nessun manoscritto si è reperito, né di Gesù né degli
evangelisti, è segno che precisamente questa era la decisione di Dio, poiché
nulla nella vita e nella missione del Signore è avvenuto a caso, ma tutto è
stato decretato e guidato, in ogni particolare, sin dalla fondazione stessa
del mondo. Partendo da questa certezza, occorre allora cercare di
capire perché il Signore abbia voluto che le rivelazioni del Nuovo Testamento
fossero affidate non a scritti materiali, tangibili, ma a suoi apostoli e
discepoli di apostoli, ossia a suoi seguaci e credenti mossi dallo Spirito
Santo e perché si sia riservata la dimostrazione della paternità del testo,
consentendone la comprensione profonda solo a chi vi si accosti con fede,
deponendo ogni orgoglio volto a sostenere che, in mancanza di prove storiche
e documentali umanamente riscontrabili, esso sia inattendibile. Ed anche nel designare i depositari della sua
manifestazione ai posteri, il Signore ha con evidenza indicata la sua
intenzione di non scegliere una categoria privilegiata, limitandosi ai soli
apostoli, ma di estendere la sua elezione anche a semplici discepoli di
apostoli, come Marco (discepolo di Pietro) e Luca (discepolo di Paolo), per
rassicurarci anche sulla continuità della sua presenza viva e verace in mezzo
a noi, di generazione in generazione (Ecco, io sono con voi tutti i
giorni, sino alla fine dell’età presente –Mat28,20) e sul palesamento
progressivo dei misteri di Dio attraverso la voce e la penna di servi fedeli
e sottoposti al suo nome. Ne discende che lo Spirito del Signore si è riservato in
modo esclusivo lo svelamento della verità dei Testi Sacri che noi oggi
sfogliamo: se li
guardiamo con la superficialità degli occhi umani o, peggio, fieri della
nostra intelligenza e conoscenza, ci equipaggiamo con microscopi e lenti da
entomologi, per indagare e raccogliere prove secondo la prassi scientifica
terrena, non riusciremo mai ad essere convinti o a convincere, perché lo
stato d’animo di chi ricerca e gli strumenti adottati non sono idonei a
quanto ci si propone di esaminare. E’ un po’ come voler calcolare la distanza
fra la terra e il cielo con il metro, famosissima unità di misura, di cui gli
uomini vanno orgogliosi, vantandone l’utilità e la precisione…e, finché si
tratta di aiutarli nelle loro necessità lillipuziane, il metro funziona; ma
se con esso si pretende di voler misurare l’atmosfera, ebbene, presto o
tardi, ci si avvede che l’impresa è disperata. Il fatto è che il Libro di Dio sfugge a qualsiasi
tentativo di misurazione e pesatura condotta con superbia e scetticismo da
menti umane, che si ritengono superiori e, come tali, perfettamente in grado
di valutare ciò che a nessun uomo è consentito, se non con l’aiuto del
sovrasensibile. Qualora si sia scevri dell’umiltà necessaria per
sottoporsi interamente alla guida dello Spirito Santo, le Scritture non
risultano decifrabili (se non in modo meramente esteriore e frammentario), ed
è per questo che sono tanto severamente criticate e giudicate inattendibili. Ma se abbandoniamo ogni speranza nelle capacità e nei
mezzi fisici e ci lasciamo condurre dallo Spirito, quello stesso Spirito che
ha voluto la nascita di Gesù e che lo ha seguito e protetto nel corso di
tutta la sua vicenda terrena (come apprendiamo sin dalla prima pagina
dell’Evangelo), tutto appare chiaro, vero, divino, tutto è armonia, sapienza,
certezza, tutto travolge e trascende, al di là dell’immaginabile, i limiti
umani… e là io sono giunta per raccontare la mia esperienza. In conclusione, è indispensabile ribadire e premettere
che il Libro di Dio non può essere storico né della storia, perché è
dell’Eterno e quindi è eterno, ovvero senza passato e senza futuro, ma
presente, essente ed esistente in ogni età, in ogni momento sempre
perfettamente rispondente alle esigenze del tempo in cui i credenti vi si
accostano. Il libro dell’eterno presente è dunque anche il libro di
oggi, il nostro libro e pane quotidiano, e nei suoi contenuti, se chiediamo e
cerchiamo con tutto il cuore, troviamo l’unica conoscenza che valga
veramente la pena di ricercare, cioè quella che ci salva, e la certezza
assoluta della sua provenienza divina mediante la rivelazione, che il
Santo Spirito, se crediamo in Lui, giorno per giorno ci procura, secondo i
nostri bisogni e la nostra fede. Tutto ciò, quindi, che concerne le Scritture, comprese le
condizioni in cui ci sono pervenute, è stato voluto da Dio e deciso fin dagli
albori del tempo. Se sembrano mancare punti di riferimento certi per
ricostruire una storia precisa degli autori, dei manoscritti originali, della
loro cronologia e delle loro eventuali fonti, è semplicemente perché nessuno
di questi dati viene ritenuto utile dall’unica autorità e sorgente spirituale
preposta alla custodia e propalazione della conoscenza del Regno. Anzi, se alcuna di codeste notizie contingenti affiorasse
alla luce, contribuirebbe a confondere ulteriormente e ad allontanare l’umanità
dal vero, diritto obiettivo cui la Parola del Salvatore intende condurla;
Parola infinita ed eterna, che non vuole sottomettersi agli angusti limiti
delle logiche umane; Verbo infinito ed eterno che non può essere ricondotto
ad autori mortali né a manoscritti di amanuensi terreni, ma che intende
affidarsi al solo Artefice designato a tale scopo dal Maestro stesso, al
termine della sua missione nel mondo: lo Spirito Santo, continuamente
presente in mezzo a noi per consolarci e raccontarci, di volta in volta,
secondo le circostanze ed i cuori dei richiedenti, la meravigliosa storia del
Signore nostro. Gesù appena risorto risponde al
cinismo e all’incredulità di Tommaso dicendogli: Porgi qua il dito, e vedi le mie mani; e porgi la mano e
mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente. Toma gli
rispose e disse: Signor mio e Dio mio! Gesù gli disse: perché mi hai veduto,
tu hai creduto; beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto!
(Giov.20,27-30). Prima dell’ascensione Gesù conferma ancora in tal modo i
discepoli: Queste son le
cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi: che bisognava che tutte le
cose scritte di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi fossero
adempiute. Allora aprì loro la mente per intendere le Scritture, e
disse loro: così è scritto, che il Cristo soffrirebbe e risusciterebbe dai
morti il terzo giorno, e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e
remissione dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme. Ora voi
siete testimoni di queste cose. Ed ecco, io mando su voi quello che il
Padre mio ha promesso; quant’è a voi, rimanete in questa città, finché
dall’alto siate rivestiti di potenza. (Luca24, 44-49) In questo breve commiato di Gesù ai suoi è racchiuso e
nello stesso tempo esposto il segreto che per tanti secoli è sfuggito o,
nella migliore delle ipotesi, è stato trascurato da legioni di dotti esegeti
biblici, e cioè che solo se il Signore ci apre la mente, mandando su noi
quello che il Padre ha promesso, ovvero il suo Santo Spirito, noi saremo in
grado di intendere le Scritture, patrimonio del Regno ed elargite da Dio, non
necessariamente agli storici, ai filosofi, ai teologi, ma a chi viene
ritenuto idoneo, in base alla forza della sua fede, a ricevere tale dono. In poche, scarne battute, Gesù compie anche una sintesi
estrema del significato dell’Antico e del Nuovo Testamento: il Vecchio Testamento viene da Lui considerato soprattutto come teca
delle profezie messianiche, a testimonianza della verità della sua persona, come arca del Patto stretto fra Dio e l’uomo, un Patto di promessa
salvifica così grande e generosa da risolversi con il sacrificio del suo
stesso Figlio, il quale, inverando, compiendo e completando con il suo
supplizio, la sua morte, la sua resurrezione, l’alleanza tra il cielo e le
creature, diviene protagonista di un Nuovo Patto, scritto non su papiri né su
cera, ma nei cuori degli uomini, con il suo sangue, per la salvezza di tutte
le genti, e affidato alla predicazione della sua Parola viva e verace,
portatrice di ravvedimento e remissione dei peccati a tutti coloro capaci di
credere. In altri passi di Giovanni 16, sui quali torneremo altre
volte, data la loro fondamentale importanza, Gesù spiega ai discepoli la
funzione e la natura dello Spirito Santo, dichiarando che non può, per il
momento, dar loro maggiore conoscenza, perché non sono ancora interiormente
maturati al punto da riuscire ad accoglierla: un giorno Egli potrà
parlare loro apertamente del Padre, senza usare similitudini, perché essi
avranno creduto più fermamente che Egli è Figlio di Dio, essendo nel
frattempo stati ammaestrati e rafforzati nella fede dalla discesa del suo
Santo Spirito nelle loro menti e nei loro cuori. Il fatto che Gesù ritenga ancora insufficiente il grado
di crescita spirituale dei discepoli è comprovato da quanto replica, a
seguito delle loro profferte di fede: I suoi discepoli gli dissero:
ecco, adesso tu parli apertamente e non usi similitudine. Ora sappiamo che
sai ogni cosa e non hai bisogno che alcuno ti interroghi: perciò crediamo
che sei proceduto da Dio. Gesù rispose loro: adesso credete? Ecco,
l’ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno dal canto suo, e mi
lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è meco. (Giov.16,
29-33) Si comprende quindi la necessità dell’intervento del
Santo Spirito, per renderli atti a credere e a capire sempre più la verità
della vita eterna, in attesa del giorno in cui il Signore potrà trasmettere
loro liberamente la conoscenza del Padre: E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro
Consolatore, perché stia con voi in perpetuo, lo Spirito della verità, che
il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo
conoscete, perché dimora con voi e sarà con voi. Non vi lascerò orfani;
tornerò a voi.(Giov.14, 16-18) E dopo poco Gesù promette ancora: Queste cose vi ho detto, stando ancora con voi; ma
il Consolatore, lo Spirito Santo, che
il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà
tutto quello che vi ho detto. Io vi lascio pace, vi do la mia pace. Io
non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si
sgomenti.(Giov.14, 25-27) E poco oltre dice nuovamente: Ma questo è avvenuto affinché sia adempiuta la parola
scritta nella loro legge: “mi hanno odiato senza cagione”. Ma quando
sarà venuto il Consolatore, che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito
della verità che procede dal Padre, Egli testimonierà di me; e anche voi
mi renderete testimonianza, perché siete stati meco fin dal
principio.(Giov.15, 25-27) Appena più avanti, instancabilmente,
Gesù ripete: Pure, io vi dico la verità,egli v’è utile che io me ne
vada; perché, se non me ne vado, non
verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò. E
quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia
e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me; quanto
alla giustizia, perché me ne vado al Padre e non mi vedrete più;
quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato
giudicato. Molte cose ho ancora da dirvi, ma non sono per ora alla vostra
portata; ma quando sia venuto Lui, lo Spirito della verità, Egli vi guiderà
in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello
che avrà udito, e vi annunzierà le cose a venire. Egli mi glorificherà,
perché prenderà del mio e ve lo annunzierà. Tutte le cose che ha il Padre
sono mie : per questo ho detto che prenderà del mio e ve lo
annunzierà.(Giov.16, 7-15) Proprio in queste parole sta la
risposta a tutti gli interrogativi possibili sull’origine, la causa,
l’autenticità, la forma, la sostanza, il significato, gli intendimenti, gli
effetti delle Scritture: Gesù non ha voluto scrivere o dettare personalmente ciò che
ha ricevuto dal Padre, ma ha lasciato allo Spirito Santo il compito di
ricordare ciò che ha udito a tutti coloro che credono, e non solo: Egli, lo
Spirito, prenderà da Gesù e dal Padre altre cose nuove e le annunzierà, nel
corso del tempo, alle generazioni che si succederanno. Io sono la via, la verità e la vita
(Giov.14, 6) ,
cioè io, Gesù, ripieno e traboccante dello Spirito Santo, che procede dal
Padre mio, io sono la Via, la Verità, la Vita per tutti voi che credete nella
mia persona e in Colui che mi ha mandato. Questo voleva significare il Maestro, il quale dunque non
poteva restringere alla sola traduzione scritta del suo messaggio iniziale
l’immenso orizzonte della sua rivelazione nei secoli a venire. Ecco perché Gesù non poteva fissare,
cristallizzare in una qualsiasi scrittura la verità rivelata: perché tale
verità è in continuo divenire ed Egli ha tracciato una via, ma non una
via cieca e chiusa: è una strada aperta, quella della vita, un cammino che
ogni giorno si è arricchito, dalla resurrezione di Gesù, con l’aiuto e la
guida del suo Santo Spirito, e che ancora oggi procede e si evolve
quotidianamente, attraverso la Parola creduta e trasmessa da cuore a cuore. Gesù e lo Spirito Santo sono una cosa sola col Padre e ad
entrambi è stata affidata la rivelazione della Verità fino al ritorno del
Signore. Quando il Salvatore è asceso al cielo, ha lasciato ai
suoi discepoli di quel momento, ancora impreparati, e a tutti coloro che gli
sarebbero stati discepoli indiretti negli anni futuri, lo Spirito Santo,
affinché assolvesse Lui il compito, nel tempo, di trasformarli in suoi autentici
seguaci. Tant’è vero che il Maestro anticipa quanto avverrà al suo
ritorno: i suoi discepoli non gli rivolgeranno più alcuna domanda, perché il
Consolatore, nel frattempo, avrà loro risposto a tutti gli interrogativi e li
avrà convinti delle cose essenziali: E così anche voi siete ora nel dolore; ma io vi vedrò
di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi toglierà la vostra
allegrezza. E in quel giorno non rivolgerete a me alcuna domanda. In
verità, in verità vi dico che quel che chiederete al Padre, Egli ve lo darà
nel nome mio. Fino ad ora non avete chiesto nulla nel nome mio; chiedete e
riceverete, affinché la vostra allegrezza sia completa. Queste cose vi ho dette in similitudini; l’ora viene che
non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi farò conoscere il
Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò
il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e
avete creduto che sono proceduto da Dio. Sono proceduto dal Padre e sono venuto nel mondo; ora
lascio il mondo e torno al Padre. I suoi discepoli gli dissero. Ecco, adesso
tu parli apertamente e non usi similitudine. Ora sappiamo che sai ogni cosa e
non hai bisogno che alcuno ti interroghi; perciò crediamo che sei
proceduto da Dio. Gesù rispose loro: Adesso credete? Ecco, l’ora viene,
anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno dal canto suo, e mi lascerete
solo; ma io non sono solo, perché il Padre è meco. Vi ho dette queste
cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete
tribolazione; ma fatevi animo, io ho vinto il mondo. (Giov.16, 22-33) Qui Gesù rassicura i suoi discepoli di allora e di ora, e
quindi anche noi, della completa soddisfazione, pace e allegrezza che ci
verranno quando Egli ci vedrà di nuovo: il nostro cuore si rallegrerà e
nessuno ci toglierà mai più la nostra allegrezza. In quel giorno – (prestiamo
molta attenzione a quanto dice il Maestro, poiché mai neppure una delle sue
singole Parole è detta invano o approssimativamente) – in quel giorno,
ossia al suo ritorno, non gli rivolgeremo più alcuna domanda, perché il suo
Santo Spirito ci avrà istruiti e convinti di tutta la Verità. Allora, e solo allora, avremo anche imparato alla
perfezione a chiedere al Padre nel nome di Gesù Cristo, conosceremo il Padre
apertamente ed avremo con Lui un rapporto immediato, saremo direttamente
investiti del suo amore e Gesù non dovrà più intercedere per noi; cioè, attraverso la fede e l’amore che avremo
portato al Figlio, saremo amati personalmente dal Padre: poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e
avete creduto che sono proceduto da Dio. E qui è indispensabile sottolineare
l’importanza dell’atteggiamento con cui ci poniamo nei confronti
dell’insegnamento del Maestro: costantemente Egli allude a coloro che hanno
occhi per guardare e non vedono, che hanno orecchie per udire e non
ascoltano, poiché guardare e udire Gesù senza veramente vederlo e ascoltarlo
significa non capire l’essenza della Verità che Egli spiega, e quindi non
crederla con il cuore e non essere salvati; significa cioè la dispersione del
principale motivo per cui Egli è morto sulla croce per noi. Gesù è, per sua stessa affermazione, l’unico vero Maestro
degno di tal nome (Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché
lo sono - Giov.13, 13-) e proprio perché non è mai esistito né mai potrà
esistere qualcun altro più sapiente di Lui, noi dobbiamo in ogni momento
pensare che le sue Parole sono speciali, diverse da quelle pronunciate da
qualsiasi uomo, pur eccezionale. Il modo di esprimersi di Gesù dimostra in maniera
evidente la sua divinità, poiché ogni suo vocabolo, nonostante sia in
apparenza semplice e dimesso, è pronunciato e collocato nel contesto del
discorso con una straordinaria precisione e ricorrenza puntuale, sempre eguali
e costanti, nel corso dell’Evangelo, tali da non poter essere scaturite da
mente umana. Inoltre, ciascun termine, pur nella sua estrema sobrietà,
si carica, nell’esposizione di nostro Signore, di molteplici stratificazioni
gnoseologiche, risultando, alla fine, ricchissimo di significati, che via via
si precisano, senza mai contraddirsi o reciprocamente scalfirsi, neppure in
minima parte, nel procedere della comprensione. E’ indispensabile imparare ad apprendere, a poco a poco,
questi moduli di lettura e di assimilazione del dettato evangelico, senza i
quali verrebbero a mancare alla nostra conoscenza molti passaggi fondamentali
per la necessaria crescita spirituale e per la conseguente ammissione nella
gioia del Regno. Uno stesso termine può essere ripreso e richiamato più
volte dal Maestro, sia a breve che a lunga distanza dall’ultima enunciazione;
ed ogni volta esso generalmente diviene portatore di un avanzamento ed
approfondimento del concetto o dei concetti illustrati in precedenza. Ciò è
indicativo del fatto che i grandi temi che il Signore inizia a delucidare non
si esauriscono mai completamente nel corso dell’esposizione evangelica, ma
vengono trattati in maniera progressiva, come a grandi respiri, simili alla
legatura d’espressione propria degli spartiti musicali. Un esempio di tale modo di procedere lo troviamo appena
oltre il brano sopra citato, quando Gesù, nel pregare per i suoi discepoli e
per tutti coloro che crederanno in Lui per mezzo delle loro parole, supplica
il Padre che siano tutti uno (Gv.17,23 e sgg): Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che
credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; che
come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch’essi siano in noi,
affinché il mondo creda che tu mi hai mandato. E io ho dato loro la
gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in
loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità, e affinché il
mondo conosca che tu mi hai mandato, e che li ami come hai amato
me. In questo passo il termine che viene richiamato è “perfetti”
e quanto Gesù svela in tale circostanza completa e conclude quello
che aveva asserito nell’iniziale “Sermone sul monte” (Mt.5,48): Voi
dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste. Se un fedele si fosse fermato a quel brano, senza andare
oltre, come avrebbe potuto comprendere la verità? In effetti, come Gesù
avrebbe potuto davvero pretendere da noi la perfezione, quando era per
l’appunto giunto in mezzo a noi, peccatori incalliti e recidivi, per salvarci
da tutte le nostre colpe con la sua Santa Persona e permetterci di avere, per
mezzo del suo sacrificio, vita eterna? In altre parole, come sarebbe potuto
scendere sulla terra per compiere e completare Egli stesso il Patto Mosaico,
per la maggior parte incompreso, inattuato e travisato da Israele,
richiedendo poi all’umanità, nel Nuovo Patto che Egli si accingeva a scrivere
ed a firmare col suo sangue, non soltanto virtù maggiori di quelle che l’uomo
aveva già dimostrato di non possedere affatto, ma addirittura quella stessa
perfezione propria del Padre celeste? Se ci poniamo tuttavia nella condizione dell’alunno umile
e mansueto, che ascolta ed impara dall’onnisciente Maestro con tutta
l’attenzione e la cura possibili, questo ragionamento del Signore, pur non
riuscendo ancora ad essere totalmente afferrato dalla nostra mente, rimane
tuttavia in essa memorizzato e, quando si giunge quasi al termine del
percorso evangelico (Giov. 17,23), viene improvvisamente investito del suo
senso ultimo e più illuminante: il vocabolo perfetti, secondo
il divino e sempre coerente stilema di Gesù, non intende alludere ad una
improbabile (anzi impossibile) perfezione di comportamenti e di opere, che
non può essere effettivamente raggiunta dall’uomo, (semmai può essere
soltanto da Lui esibita e finta ipocritamente, per apparire superiore al
cospetto del prossimo e trarne vantaggio, coma facevano i rabbini farisei),
ma evoca bensì un altro genere di perfezione, questa volta a portata di
creatura mortale: la perfezione nell’unità della fede e dell’amore,
che, legando insieme strettamente tutti i cristiani, possa rappresentare una
forte testimonianza, affinché il mondo creda che Gesù è il Figlio di Dio,
riconosca che è proceduto dal Padre e riceva, quindi la salvezza eterna. Attraverso la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, e
l’amore alla sua persona, noi possiamo attingere l’amore del Padre ed essere
una sola cosa con Lui nel suo Regno: questo è il traguardo ultimo e più alto
del fedele. Il primo atto invece, imprescindibile, che avvia tutto il
processo della conversione cristiana, è quello di amare i nostri fratelli
come Gesù ci ha amati; poi, tramite quest’amore e quello nei confronti di
Gesù, il credente può, grazie all’intercessione ed alla preghiera del Salvatore,
avvicinarsi al Padre, fino ad accedere a Lui, a pregarlo in prima persona,
chiedendo al Padre nel nome di Gesù Cristo e ricevendo risposta immediata. Tornando alla questione dell’essere perfetti, quest’ultimo
stralcio di Giovanni spiega finalmente come la perfezione cui ci esorta Gesù
sia una perfezione riferita all’unità della fede e dell’amore cristiano. La riprova della correttezza dell’interpretazione
discende anche dalla riflessione sul fatto che, quando il Salvatore, in
Matteo, prescrive ai suoi di essere perfetti come il Padre celeste, lo
fa subito dopo aver parlato proprio dell’amore cristiano: ma io vi dico
amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché
siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli
fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i
giusti e sopra gli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio
ne avete? Non fanno anche i pubblicani lo stesso? E se fate accoglienze
soltanto ai vostri fratelli, che fate di singolare? Non fanno anche i pagani
altrettanto? Voi dunque siate perfetti come è perfetto il Padre vostro
che è nei cieli (Mt. 5,44-48). Se si legge il ragionamento in ordine alla
chiarificazione aggiunta in Giovanni, risulta manifesta la precisa
specularità e consequenzialità dei due momenti esplicativi del Maestro,
purché la chiusa - voi dunque siate perfetti - si comprenda
come conclusione relativa all’ultima istruzione sull’amore cristiano e
non riferita a tutta la dissertazione sulla legge. Questo per due motivi
soprattutto: in primo luogo perché, se chiudesse in modo sentenzioso tutto il
sermone sulla legge antica e su quella nuova, interpretato in senso
letterale, non collimerebbe logicamente con il resto del contesto evangelico;
in secondo luogo, perché quello stesso sermone sulla legge , come vedremo,
può essere compreso soltanto se considerato alla stregua di un particolare
tipo di esemplificazione per assurdo, come dimostreremo più avanti. In Matteo si trova un’altra testimonianza della
meravigliosa corrispondenza e coerenza del linguaggio del Cristo: quando il
giovane ricco lo interroga intorno a ciò che dovrà fare di buono per avere la
vita eterna, Gesù risponde: perché mi interroghi tu intorno a ciò che è buono? Uno
solo è il buono (Mt.19,16-17). Dunque, se non possiamo fare nulla di buono per avere la
vita eterna, perché uno solo è il buono, ciò vuol dire che la salvezza non
la potremo ottenere per presunti meriti od opere, perché, non essendo
buoni, non riusciremo a fare frutti buoni al punto da ricevere la salvezza;
ma potremo essere salvati e giustificati dall’amore e dalla misericordia
del Padre solo per grazia mediante la fede, attraverso l’intercessione, la
preghiera ed il prezioso sangue di Gesù Cristo, sparso proprio a riscatto dei
nostri peccati. Se ne desume altresì che il Signore non avrebbe potuto
chiedere a noi la perfezione per meriti e poi ammettere chiaramente, in
questa circostanza, l’impossibilità di essere buoni e di fare il bene in
maniera così assoluta da meritare solo per noi stessi la vita eterna. Quindi “perfetti”, già in Marco, pur non essendo
specificato, si riferisce a quella stessa perfezione nell’unità della fede e
dell’amore spiegata compiutamente in Giovanni. Ecco la prova che l’Evangelo è un unico testo di cui
ciascuno dei quattro evangelisti rappresenta un capitolo. I capitoli sono in
successione e in progressione di concetti e di significati e sono stati tutti
composti da un unico Autore, lo Spirito Santo, che li ha concepiti, dettati
ed ordinati, avvalendosi di collaboratori umani. L’amore dello Spirito Santo e della preghiera di Gesù
renderà dunque perfetti, nell’unità della fede e dell’amore, i discepoli, e
li condurrà, al ritorno del Salvatore, nella comprensione ed accettazione
totale della verità di Dio. Caratteristico del metodo di nostro Signore è dunque
richiamare più volte, nel tempo, uno stesso termine, approfondendone
progressivamente il senso e predisponendolo per una completa assimilazione
solo da ultimo, allo svelamento definitivo del concetto. E’ come se Gesù intendesse rendere partecipi dei suoi
insegnamenti solo coloro che sono interessati a capire con grande
determinazione, e che si accostano alla sua predicazione con umiltà, convinti
che essa è comunque procedente da Dio e veritiera sino in fondo e che, se in
qualche parte sembra stridente e non coincidente, ciò deriva soltanto
dall’umana carenza di decifrazione e non certo da difetto della Parola
stessa. Così, alla fine, il Signore premia sempre i suoi fedeli,
confidando loro, quando se la sono meritata, la verità più alta e riposta del
Regno celeste. Tale riserbo del Maestro, volto a proteggere i segreti divini,
manifestabili solo agli eletti, collima, del resto, precisamente, con quanto
da Lui sostenuto in Matteo 7,6: Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre
perle dinanzi ai porci, che talora non le pestino con i piedi e, rivolti
contro a voi, non vi sbranino. Come sempre, quanto
enunciato da Gesù teoricamente viene poi da Lui per primo applicato in ogni
aspetto pratico dell’esistenza,
compreso il sistema espositivo della sua dottrina. La straordinarietà
discende pure dal fatto che nulla di quanto pronunciato è precostituito o
programmato anticipatamente dal Signore, ma frutto di un suo comportamento
spontaneo e naturale, che lo conferma ancora una volta Figlio
dell’Onnipotente, tanto più se
riflettiamo sulla situazione reale nella quale Egli si trovava, ossia sulla
condizione di chi predicava oralmente alle folle e ai discepoli in modo
immediato, movimentato, estemporaneo e continuamente cangiante e variegato
secondo l’ambiente e l’uditorio. Fra gli altri moduli stilistici propri del Maestro e
comprovanti la sua divinità, figura anche la sua costante propensione a
ripetere determinate proposizioni ad intervalli più o meno brevi o con
distacchi spesso più lunghi, e la dimostrazione che non si tratta di
semplici tautologie, dovute ai compilatori o agli studiosi che riordinarono
le Scritture (tesi questa che, come abbiamo già precedentemente asserito, non
è a nostro avviso minimamente sostenibile), risiede nella constatazione di un
importante motivo sempre sotteso ad ogni insistita replica concettuale di
nostro Signore. Dimostreremo più oltre, capillarmente, l’infinita
sapienza che informa tali tipologie espressive del Maestro, e ci soffermeremo
pure ampiamente a rilevare la peculiare musicalità del suo dire, una
musicalità che non rimane legata all’una o all’altra lingua, ma permea
l’intero tessuto connettivo del discorso, appartenendo, quasi per assurdo,
più all’intrinseco andamento logico che alla veste formale. E ciò sottolinea il desiderio,
sempre presente in Gesù, di badare soprattutto all’essenziale e quindi la sua
scelta di non rinunciare ad una particolare dolcezza e piacevolezza
dell’udire, ma di intrecciarla strettamente alla evidenziazione
dell’argomento in sé e della sua esplicazione, anziché alla esaltazione di
una vuota eufonia orchestrale ampollosamente risonante. Nella lirica intimità del linguaggio di Gesù si
stemperano anche tutti i riferimenti alla consueta cronologia, cui da
sempre siamo avvezzi: l’uso degli avverbi, delle locuzioni temporali,
oltre che dei modi e tempi verbali, prefigura (fin dalle prime pagine di
Matteo e poi sempre più intensamente nel corso della lettura) la statura
divina dell’autentico Autore del Nuovo Patto, cioè Gesù stesso, operante come
Santo Spirito: Egli non è soggetto alle leggi spazio-temporali che
contraddistinguono, imbrigliano e misurano la vita comune dei mortali. Egli
vive in un eterno presente, da cui vede contemporaneamente ciò che è il
passato ed il futuro degli uomini: per questo, nulla gli è nascosto di ciò
che è accaduto, di quanto sta avvenendo o di quello che deve ancora
verificarsi. Inoltre, Egli non avverte in modo umano le distanze
cronologiche, poiché la differenza tra un giorno ed un secolo, mentre è
rilevantissima per noi uomini, può apparire di poco conto per chi respira
nell’eterno. La presente ricerca, riservandosi di trattare più
diffusamente l’affascinante tema, che comprova anch’esso la matrice divina
della scrittura neo-testamentaria, ritiene di doversi ora soffermare
particolarmente sul brano di Giovanni precedentemente allo studio: In quel
giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per
voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato e avete creduto che
sono proceduto da Dio. (Giov.16, 26-27) L’adozione, da parte di Gesù, di tale presente (il
Padre stesso vi ama) e dei successivi passati prossimi (mi avete amato
e avete creduto), incastonati in un contesto proiettato nel futuro, ossia
di là da venire (In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che
pregherò il Padre per voi), si comprende solo qualora ci si appelli alla
sua statura divina. Si tratta pertanto di un presente “continuus”, noto anche
come presente storico: Esso, usato da Gesù, corrisponde al presente proprio
della sua stessa eternità: così, i tempi avete amato ed avete creduto non
sono riferiti, in effetti, ad un passato già verificatosi (questa sarebbe
stata la “consecutio temporum” di un uomo mortale); ma si tratta di un tempo
passato nel futuro che Gesù già vede davanti a sé, come già avvenuto
nell’eterno presente in cui vive. In altri termini, mi avete amato ed avete creduto
sono proiettati in quel giorno, di là da venire, del suo ritorno. Nulla è superfluo di tali constatazioni, poiché, se ci
affidassimo alla leggerezza qualunquistica di coloro che ritengono che l’uso
dei tempi, nelle Scritture, sia scorretto per difetto dei traduttori, ci
sfuggirebbe poi la possibilità di intendere nella loro interezza i
ragionamenti del Signore. L’interpretazione sopra desunta viene ulteriormente
dimostrata dal fatto che, quando i discepoli, ancora acerbi e rozzi nella
statura spirituale (come Gesù ben sa), ma assai orgogliosi in sé delle conoscenze
avute, dichiarano: ora sappiamo che sai ogni cosa, e non hai bisogno che
alcuno ti interroghi; perciò crediamo che sei proceduto da Dio (Gv.16,30), Gesù subito li smentisce nella loro superbia e li avverte
che presto essi si disperderanno e lo abbandoneranno: Adesso credete? Ecco, l’ora viene, anzi è venuta, che
sarete dispersi, ciascuno dal canto suo, e mi lascerete solo (Gv.16,32). Ciò dimostra che quell’avete creduto (Giov.16, 26) non
è riferito a un fatto già verificatosi, ma ad uno stato spirituale ancora da
raggiungere. Il significato ultimo di tutto questo è
l’assicurazione di Gesù che, al suo ritorno, coloro che in sua assenza si
saranno lasciati condurre dalla guida del suo Santo Spirito, saranno
perfetti nella fede e nella conoscenza dell’amore di Dio (Mi avete
amato ed avete creduto che sono proceduto da Dio rimarcano
proprio questi due aspetti essenziali: la fede e l’amore)
e potranno gioire di un contatto con Dio, completo e diretto. La conoscenza di Dio, pertanto, è conoscenza del suo
amore e la fede in Dio è la fede che Gesù Cristo procede da Lui ed è dunque
suo Figlio,
proprio
ciò su cui satana, nel deserto, incentra la sua provocazione, proprio ciò su
cui il sommo sacerdote, nel Sinedrio, basa la domanda che condannerà il Signore
al supplizio della croce. Non c’è dunque salvezza per le
nostre anime se non crediamo con tutto il cuore che Gesù è il Figlio di Dio e
se non lo amiamo tanto da arrivare, attraverso l’amore, a parlare
direttamente al Padre ed a chiedere a Lui nel nome di Gesù, senza più
abbisognare della sua intercessione e del suo tramite. Gesù è la porta, Lui stesso lo dice (Gv.10,9): Io sono
la porta; se uno entra per me, sarà salvato); ma quando, attraverso la
porta, entreremo nel Regno, là noi vedremo ed ascolteremo direttamente il
Padre e la
nostra allegrezza sarà totale e nessuno ce la potrà togliere. E’ chiaro come
il maligno voglia impedire a tutti i costi che noi crediamo che Gesù è il
Figlio di Dio e che solo attraverso la sua preghiera e la sua intercessione
saremo salvati, poiché è sufficiente per lui toglierci dal cuore questa
convinzione, pur tollerando tutto il resto delle nostre azioni religiose e
cultuali, per avere la meglio, per vincere la partita e con essa l’anima
nostra, condannata così alla morte eterna. Gesù è tanto misericordioso, alla fine, da precisare ai
discepoli che non li ha avvertiti in precedenza della loro prossima defezione
ed incredulità per muovere a loro un rimprovero od un’accusa, ma soltanto per
far loro del bene, affinché stiano vigili ed accorti e quella terribile prova
serva loro per imparare a trovare in Lui la pace. Con ciò il Signore
ci dà l’esatta misura con la quale potremo capire se abbiamo abbastanza fede
e amore in Lui da essere pronti al suo ritorno. Solo se noi riusciremo ad arrivare al punto da riposare
costantemente in Gesù, ossia nel suo amore, nella sua Parola e nelle sue
ineffabili promesse, ponendo fede e credendo che Lui sa cosa è bene per noi,
e affidando tutta la nostra vita e volontà nelle sue mani e tutto il nostro
cuore nel suo cuore, allora gusteremo quella sensazione meravigliosa di pace
che solo il Signore può dare e che è diversa dalla così detta pace che si può
avere nel mondo. Mentre quella del mondo è una pace superficiale,
contingente e di breve durata, quella data da Gesù è intessuta della sua vita
e della sua luce; è una pace fatta di allegrezza, che nessuno mai ci potrà
togliere: e qui è chiara l’allusione al maligno, che insidia continuamente le
nostre vite, proprio per impedirci di assaporare la pace spirituale che
soltanto Gesù può dare, salvandoci dalla precarietà, dagli affanni e dalle
sollecitudini del mondo; infatti, noi credenti sappiamo che Gesù ha vinto il
mondo e che il principe di questo mondo è già stato giudicato. Più noi ci sottoporremo alla guida del Consolatore, che
Gesù ci ha lasciato per indirizzarci in tutta la verità, e più la sua pace
imperturbabile e la sua allegrezza entreranno in noi, affrancandoci per sempre dalle ansie
della dipendenza dalle cose terrene e dagli attacchi del maligno, principe
della materialità e del transeunte. Questa è un’altra prova incontrovertibile che l’Evangelo
non è un libro di uomini, poiché solo Dio può trasformare il cuore. In Daniele (cap.12, 9 e segg.) il Signore dice che negli
ultimi giorni la conoscenza aumenterà: Va’, Daniele, poiché queste parole sono nascoste e
sigillate sino al tempo della fine. Molti saranno purificati, imbiancati, affinati; ma gli
empi agiranno empiamente, e nessuno degli empi capirà, ma capiranno i savi. E
dal tempo che sarà soppresso il sacrificio continuo e sarà rizzata
l’abominazione che cagiona la desolazione, vi saranno 1290 giorni. Beato chi
aspetta e giunge a 1335 giorni! Ma tu avviati verso la fine; tu ti riposerai,
e poi sorgerai per ricevere la tua parte di eredità alla fine dei giorni. Anche da ciò dobbiamo concludere che lo Spirito Santo di
Gesù Cristo ha riservato alla propria autorità la rivelazione e la
spiegazione di tutto quello che è suo e che ha deciso di dare a chi in Lui
crede: la conoscenza e la comprensione restano e resteranno sempre affidate
al potere del Consolatore, che è il solo in grado di separare le anime degli
uomini dagli spiriti del mondo e convincerle della verità, pure attraverso le
Sacre Scritture e la loro divina ispirazione. CAPITOLO
SECONDO. ASCENDENZA
DI GESU’: GESU’ HA UN SOLO PADRE. Per quasi due anni ho cercato di
muovermi all’interno dei Testi dei Vangeli, con molteplici letture e
riletture, senza mai riuscire a memorizzare in un maniera definitiva e
stabile i contenuti in essi raccontati. Emergeva sempre un fastidio, un non poter ricordare con
chiarezza, fino a confondere i vari avvenimenti e le osservazioni di Gesù
riportate dall’uno o dall’altro evangelista, poiché (a differenza di tutti
gli altri libri fino ad allora esaminati) non riuscivo ad orizzontarmi
riguardo alla successione logica del racconto. Tuttavia, dopo aver intravisto (al capitolo sei ed al
capitolo sette di Matteo) un lungo brano, che prima appariva discontinuo,
risultare invece perfettamente conseguente e coerente, ho pensato che avrei
dovuto ricominciare ancora una volta dal primo versetto e riesaminare con
ordine il Testo, perché, probabilmente, in esso si celava qualcosa che avevo
sempre intuito in passato, ma non ero mai riuscita concretamente ad
afferrare: un messaggio mai prima conosciuto, lasciato dallo Spirito
Santo quale dimostrazione intrinseca della veridicità del racconto, a
prescindere da qualsiasi ricerca, studio, opinione o diatriba umana. Così, ho cominciato a rivisitare i primi capitoli di
Matteo, per comprendere, attraverso una visione d’insieme, le verità
conservate nella struttura del Dettato evangelico. Ecco che, all’improvviso, tutta la
apparentemente faticosa ed ostica genealogia di Gesù, di fronte alla quale
avevo sempre provato un effetto estraniante, mi si mostrava, con una
chiarezza precisissima, voluta proprio dallo Spirito Santo, in apertura di
quella grande sinfonia dedicata alla nascita del Salvatore del mondo. La lunga genealogia vuole soprattutto significare che Gesù
è, alla fine, il frutto preziosissimo di tutte le generazioni precedenti,
volute e programmate da Dio per preparare il suo avvento nel mondo. Ciò che di più significativo hanno
fatto questi uomini, citati con così grande meticolosità, è di aver generato
un loro discendente, che a sua volta è divenuto ascendente, e così via fino
ad arrivare a nostro Signore. Nell’esposizione delle circostanze relative alla nascita
di Gesù, Matteo cita numerosi versetti relativi ai profeti che anticiparono
notizie sulla sua persona e sulla sua missione; tutto ciò per dire che Egli
è, sì, il discendente e l’incarnazione ultima di una particolare stirpe, ma,
ben di più, Egli è Figlio dello Spirito Santo, e quindi appartenente
all’intera umanità oltre che al popolo ebraico. Dal punto di vista testuale, la
genealogia presenta, infatti, una improvvisa deviazione rispetto alla maniera
consueta di presentazione dell’albero genealogico: mentre, fin dal secondo
versetto, la generazione progenica è affidata all’uomo, da Abramo a Isacco e
da Isacco a Giacobbe, e così via, al versetto 16 si legge: Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale
nacque Gesù, che è chiamato Cristo. Con questo inusitato passaggio alla linea femminile, già
si anticipa quanto spiegato diffusamente in seguito, ossia che da Dio e
dal suo Spirito viene generato in effetti Gesù e che da Lui sorgerà una
nuova progenie eterna ed innumerevole. Inoltre, in premessa, nella prima riga troviamo: Genealogia di Gesù Cristo, figliuolo di Davide, figliuolo
di Abramo. Qui è indicato con chiarezza indiscutibile il padre di
Gesù secondo la stirpe terrena, ovvero il re Davide. La notizia che ci
viene dunque data per incontrovertibile, al principio, è che Gesù è
figlio, secondo la carne, del re Davide; secondo lo spirito, Figlio del Padre
celeste e del suo Santo Spirito. Questi sono i dati che ci pervengono fin dall’inizio
della rivelazione e, come tali, per quanto possano apparire inspiegabili alla
mente umana, dobbiamo ritenerli veri e crederli, senza tentare di elaborarli
o razionalizzarli con le nostre limitate capacità intellettive, pregando lo
Spirito della verità di aiutarci a comprenderli. Gli Evangeli sono ispirati e ordinati dallo Spirito Santo
in maniera perfetta e tale da consentirne la conoscenza a chi la cerca con
tutto il cuore. Il Consolatore è dunque il solo in grado di rivelare,
mediante le Scritture, la sapienza vivificante di Dio, dispensata per la vita
di ogni uomo che crede, sia egli giudeo o greco. Ritenere i Sacri Testi come un insieme di versetti
raccolti occasionalmente qua e là, uniti in maniera disorganica e quindi, a
volte, anche contraddicenti, è il modo peggiore per accostarsi al trono della
grazia. Un cuore pieno di presunzione e di orgoglio umano non
potrà mai vedere nell’Evangelo il meraviglioso disegno composto
dall’ispirazione divina, che dà vita agli umili ed ai mansueti, che muta per
sovrannaturale potere i cuori di pietra in cuori di carne; mentre scorgerà in
esso solo irrazionalità, incoerenza, giustapposizione, e quant’altro di
negativo si possa riscontrare. La stessa Parola, del resto, comprova questo
fenomeno, affermando come le Scritture, senza l’intervento dello Spirito,
respingano e annientino i nemici della Verità, che si accostano alle cose di
Dio per giudicarle e condannarle, senza neppure averle capite. All’opposto, le rivelazioni celesti distruggono e
disperdono il potere delle tenebre, ovunque annidato, e creano attrazione e
illuminazione per quanti sanno ad esse sottoporsi, ubbidendo e lasciando
lontano ogni superbia e arroganza. Alcuni esegeti ritengono che la genealogia e le citazioni
profetiche dell’Antico Testamento siano state ricordate da Matteo per
assicurare gli Ebrei della giusta ascendenza di Gesù quale Messia e per
confermarne la regalità e la divinità. E qui non si tratta dei contenuti, ma della prospettiva
stessa, che viene completamente falsata, poiché non sono tanto le motivazioni
e gli intendimenti (veri o presunti, scoperti o celati) dell’uomo Matteo a
dover avere la priorità, in quanto, se così fosse, significherebbe che
l’Evangelo è un libro qualsiasi, frutto dell’abilità letteraria e del genio
artistico di chi lo ha composto. In Luca (24, 44 e segg.) si legge: Poi disse loro: queste sono le cose che io vi dicevo
quand’ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte di me
nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, fossero adempiute. Allora
aprì loro la mente per intendere le Scritture, e disse loro: così è scritto,
che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno, e che
nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remissione dei peccati a tutte
le genti, cominciando da Gerusalemme. Ora voi siete testimoni di queste cose.
Ed ecco, io mando su voi quello che il Padre mio ha promesso; quant’è a voi,
rimanete in questa città, finché dall’alto siate rivestiti di potenza. Non è dunque Matteo, veramente, a richiamarsi in quel
modo al Vecchio Patto, per rispondere ad un qualunque scopo umano, ma è
quello che il Padre ha promesso, ossia lo Spirito Santo, a rispecchiare
nelle prime pagine dell’Evangelo, tramite la genealogia e le citazioni dei
profeti, ciò che Gesù dice a proposito dell’Antico Testamento e della sua
funzione: esso assolve precipuamente il compito di dimostrare che tutte le
cose scritte del Messia si sono adempiute nella persona di Gesù, a
cominciare dalla sua lunga e complicata ascendenza, dai luoghi e dalle
circostanze della sua nascita e della sua fanciullezza, fatti questi che non
sarebbe stato possibile a nessuno “provocare” appositamente per impersonare
il Cristo; a prescindere dal fatto che la morte finale sulla croce avrebbe
dissuaso chiunque dall’esibirsi quale protagonista di una simile storia. Mentre gli storici ancora sostengono che l’elenco
dettagliato delle derivazioni generazionali dalle quali è scaturito il Cristo
occorreva a Matteo-Levi per essere ascoltato ed accreditato fra gli Ebrei, la
genealogia stessa, a ben guardare, rompe questo tipo di logiche, poiché la
prosecuzione progenica si ferma bruscamente a Giuseppe e non procede per seme
umano fino a Gesù. Il che invalida totalmente l’ipotesi storicistica di una
credibile e volontaria azione dimostrativa di Matteo nei confronti dei
rabbini: venendo a mancare la necessaria chiusura in Cristo, il movente che
spinse l’Apostolo a descrivere minutamente la stirpe di nostro Signore doveva
essere, evidentemente, diverso e migliore, e non procedere certo da sue umane
facoltà. Pertanto, viste, ancora una volta,
le lacune proprie della pseudo-scienza umana, continuerò questo viaggio
sottomettendomi semplicemente alla guida dello Spirito e pregandolo di
accompagnarmi in ogni verità. Nei primi due versetti dell’Evangelo, ancor prima di dare
l’avvio alla scala progenica, viene specificato: Genealogia di Gesù Cristo, figliuolo di Davide, figliuolo
di Abramo e già da questa importantissima dichiarazione siamo
avvertiti che Gesù è figlio del re Davide e non figlio di Giuseppe. A
Giuseppe infatti si interrompe la linea umana e Maria resta incinta senza
contributo d’uomo, per intervento dello Spirito Santo, tant’è che mai
Gesù viene chiamato né si chiama figlio di Giuseppe. La successione dinastica naturale, nella linea che, da
Abramo, trascorre per Davide e perviene a Giuseppe, è interrotta, non certo a
caso, proprio nel momento che deve concludersi nel Cristo. Infatti, leggiamo testualmente: …Eleazaro generò Mattan; Mattan generò Giacobbe; Giacobbe
generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è
chiamato Cristo. La linea della fecondazione maschile si cristallizza a
Giacobbe, definito ancora come colui che generò Giuseppe; mentre di
Giuseppe si dice: il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù,
ossia, per evidenziare meglio il senso ultimo del testo, dalla quale Gesù nacque:
quindi, non è sicuramente Giuseppe che generò Gesù. Giuseppe non generò secondo la tradizionale formula
attribuita a tutti i progenitori precedenti, ma costituì un’eccezione, poiché
partecipò alla vicenda unicamente in qualità di marito di Maria, dalla
quale, e soltanto dalla quale, nacque Gesù, ovvero Gesù decise
di nascere: nessun uomo generò pertanto il Cristo. Al principio della Bibbia viene spiegato che Gesù si deve
ritenere figlio del re Davide, il quale lo precede, nell’albero
genealogico, di ben 28 generazioni; albero genealogico che si ferma, comunque,
non alla persona stessa di Cristo, ma al suo padre putativo, Giuseppe. Il
tutto per significarci che il Salvatore, venendo nel mondo, doveva pur
nascere in una famiglia umana ed appartenere ad una stirpe: così Dio scelse
che Egli vedesse ufficialmente la luce, secondo il mondo, nel casato di
Davide (un re che aveva un cuore secondo il suo cuore), come già era stato
annunciato dai profeti e dalle Scritture, essendo Gesù riconosciuto da tutti
come figlio di Giuseppe, suo padre a tutti gli effetti secondo i mortali. Ecco perché vengono egualmente delucidati tutti i
passaggi generazionali, da Abramo fino a Giuseppe: perché, secondo la carne,
viene dimostrato come la progenie umana, che segue la via della benedizione
di Abramo, raccolga il bene di ogni generazione, fino al nucleo familiare
eletto alla tutela ed alla crescita di Nostro Signore. Attraverso il suo premuroso tutore e padre adottivo
Giuseppe, Gesù diventa figlio di Davide, ossia entra, per adozione umana, a
far parte della casa del re Davide e di quella stirpe, cui Egli, parlando
secondo il mondo, ovvero secondo la carne e la comprensione più facilmente
accessibile, non ricusa di appartenere. Ma quando Egli intende riferirsi al vero ed unico Padre
dal quale discende ed allude alla sua nascita e natura divina, allora
smentisce anche di essere figlio di Davide: Or essendo i Farisei radunati, Gesù li interrogò dicendo:
che vi par egli del Cristo? Di chi è egli figliuolo? Essi gli risposero: di Davide. Ed egli a loro: come dunque Davide, parlando per lo
Spirito, lo chiama Signore, dicendo: -il Signore ha detto al mio Signore:
siedi alla mia destra, finché io abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi
piedi?- Se dunque Davide lo chiama Signore, come è egli suo figliuolo? E
nessuno poteva replicargli parola; e da quel giorno nessuno ardì più
interrogarlo. (Matteo, 22, 41 e segg.) Pur adottando in questo caso, con i
Farisei, un metodo prevalentemente maieutico, basato su una serie di domande
mirate (per indurre i più sinceramente interessati ad una riflessione atta a
trovare da sé la giusta risposta), non è difficile ai credenti seguire il
ragionamento del Maestro e ricevere la delucidazione in merito: parlando per lo
Spirito, Gesù contesta qualsiasi tipo di paternità terrena e rivendica di
essere Figlio di un solo vero Padre, il Padre celeste. Il Messia non è nato materialmente
da seme d’uomo, né dal seme di Giuseppe, né tanto meno da quello di Davide
(vissuto 28 generazioni precedenti), ma appartiene alla dinastia del re
Davide, poiché il suo padre putativo (per i fedeli) e padre riconosciuto
(secondo il mondo), è Giuseppe, erede della stirpe di Davide. Gesù decise di nascere da una donna, Maria, che Egli
scelse come sua madre: (Ella) era promessa sposa a Giuseppe, ma, prima che
fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito
Santo (Matteo, 1, 18 e segg.) Questa è la
vicenda che, forse, gli studiosi umani non possono comprendere, ma
che, comunque, lo Spirito Santo ci racconta: infatti, come ben si può notare
sul testo biblico, la sequenza genealogica normale viene fermata in modo
evidente a Giacobbe; dopo di lui, ogni logica “secondo ragione” viene
spezzata, frantumata, dalla manifestazione potente dello Spirito, che erompe
sul trito e sbiadito teatro delle scontate processioni dinastiche, per
operare ciò che mai, nella storia, è stato fatto né tramandato: l’uomo-Dio assume in prima persona la decisione di
nascere, secondo la volontà dell’unico Vero Padre Suo, ed elegge quale madre una donna
vergine, non ancora sposata ad alcun uomo, perché risulti più che evidente,
senza possibilità di dubbio alcuno, da Chi Egli è stato in realtà generato: Maria, sua madre,…si trovò incinta per virtù dello
Spirito Santo… la spiegazione è aperta, incontrovertibile, e toglie ogni
possibilità a qualsiasi storico di sostenere una discussione, legata ai
consueti canoni del modo di ragionare naturalista e materialista, riguardo a
questa chiusa imprevista e soprannaturale dell’albero genealogico più
straordinario a memoria d’uomo. A riprova della meravigliosa corrispondenza e coerenza di
tutto il tessuto biblico, resta il fatto che mai Gesù viene definito o si
definisce “Figlio di Giuseppe”, né mai viene più nominato il marito di sua
madre, se non nelle circostanze strettamente inerenti la sua nascita ed il
suo miracoloso salvataggio dalle mani crudeli di Erode; mentre, d’altra
parte, Gesù parla in continuazione del suo unico, vero Padre, quello celeste,
e si proclama apertamente Figlio Suo ed obbediente in tutto alla Sua volontà. Proseguendo nella lettura del testo biblico (Matteo 1, 18
e segg.), Giuseppe, marito di Maria, viene presentato come uomo giusto,
cioè buono e rispettoso di ciò che è stato divinamente decretato. Un angelo del Signore gli appare e lo esorta a non temere
di prendere con sé Maria come moglie, perché ciò che in lei è generato
è dallo Spirito Santo, e qui c’è, per una seconda volta,
l’affermazione inconfutabile della ascendenza più importante che Gesù porta
con sé. Giuseppe è persona umile, obbediente, devota a Dio; è
attento artefice, fidato esecutore, premuroso marito e protettore di Gesù. Su
di lui il Santo Spirito poggia la riservatezza dell’evento prodigioso. Leggiamo letteralmente: Ella partorirà un
figliuolo, e tu gli porrai nome Gesù…, cioè a lei, Maria, è assegnato il
compito di partorire un figliuolo, il suo, di lei, sulla terra; a te invece,
Giuseppe, marito di lei, è affidato l’incarico di porgli un nome, Gesù, che significa “Salvatore”, poiché è Lui
che salverà il suo popolo dai loro peccati. E’ vero che talvolta si trovano
nella Bibbia frasi come nato dal seme di Davide secondo la carne, e
sovente Gesù stesso ama appellarsi Figliuolo dell’uomo, ma, in questo
caso, il termine seme va interpretato nel senso più lato di
“discendenza”; allo stesso modo, l’espressione Figliuolo dell’uomo viene
usata dal Cristo proprio per sottolineare, come sua abitudine, il concetto
contrario: Gesù ben sa, infatti, e ben lo sa il Padre (e così ogni fedele che
è uno con Lui e col Padre), che Egli non è, in effetti, figlio di alcun uomo,
ma solo figlio putativo dell’uomo Giuseppe, prescelto per il ruolo di padre
in base alla tradizione terrena ed in virtù di una precisa convenzione
stipulata dal Cielo con lui. Gesù può anche considerarsi
Figliuolo dell’uomo, in quanto figlio della creatura umana e mortale Maria,
nato concretamente e fisicamente dal grembo di lei, secondo la sorte di tutti
gli uomini. Pur partendo da questa base logica,
l’espressione Figliuolo dell’uomo è anche usata da Gesù proprio per
rimarcare il senso opposto, e cioè che Egli vuole e si compiace di definirsi
tale, non perché in effetti lo sia (ciò non potrebbe essere, poiché, se fosse
nato da Maria mediante un seme d’uomo sarebbe stato un uomo comune), ma per
il suo grande amore verso i figli degli uomini, che Egli intende considerare
come fratelli, al punto da farsi carico di tutti i loro peccati e da aprire
loro una nuova strada, più facile, più luminosa, più dolce, verso la salvezza
eterna. In Luca
(1, 31 e segg.) sta scritto: Ed
ecco tu concepirai nel seno e partorirai un figliuolo e gli porrai nome Gesù.
Questi sarà grande e sarà chiamato Figliuolo dell’Altissimo, e il
Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre, ed egli regnerà
sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine. E Maria
disse all’angelo: come avverrà questo, poiché non conosco uomo? E l’angelo,
rispondendo, le disse: lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza
dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà
sarà chiamato Figliuolo di Dio. L’annuncio dell’angelo è solo ad una superficiale
apparenza contraddittorio, mentre in profondità risulta perfettamente
coerente e comprensibile, specie se visto alla luce di quanto siamo or ora
andati considerando. Ciò che viene ribadito con insistenza è che Gesù sarà
chiamato Figliuolo di Dio e Figliuolo dell’Altissimo, perché
la potenza dell’Altissimo lo concepirà. Inoltre, gli verrà dato dal Signore Iddio il trono di
Davide suo padre, ed egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno… E’
intuibile, a questo punto, che Gesù ha un solo vero Padre, cioè
l’Altissimo, dal quale riceve il mandato di scendere sulla terra e di nascere
nella casa del re Davide, come figlio ufficiale (secondo il mondo) di
Giuseppe, erede di quella dinastia. Anche l’apostolo Paolo,
nell’apertura della lettera ai Romani, affronta questo tema: Paolo, servo di
Cristo Gesù, chiamato ad essere apostolo, appartato per l’Evangelo di Dio,
che Egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante
Scritture e che concerne il suo Figliuolo, nato dal seme di Davide secondo
la carne, dichiarato Figliuolo di Dio con potenza secondo lo Spirito di
Santità mediante la sua risurrezione dai morti… Dalla visione diretta del testo si
può constatare come la prospettiva di Paolo sia identica a quella già
considerata in Matteo ed in Luca: Gesù, nato dalla discendenza di Davide
secondo il mondo, ossia secondo l’apparenza umana, viene dichiarato
Figliuolo di Dio con potenza secondo lo Spirito di Santità. Due sono
i termini di paragone: la carne e lo Spirito di Santità; la
carne rappresenta ciò che è terreno, caduco, ossia appunto
l’appartenenza alla stirpe umana e mortale di Davide, tramite il padre
putativo Giuseppe; lo Spirito di Santità è invece Colui che
rivela tutta la verità e, come tale, proclama Gesù Figlio di Dio. La certezza che quanto sopra
sostenuto scaturisca da una interpretazione secondo lo Spirito di Santità nominato
da Paolo, deriva anche dall’osservare (in Matteo 16, 13 e segg.) quello che
risponde nostro Signore a Pietro, al quale lo Spirito Santo, proveniente dal
Padre, aveva appena rivelato la vera ascendenza di Gesù: Poi Gesù, venuto
nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: chi dice la
gente che sia il Figliuolo dell’uomo? Ed essi risposero: gli uni
dicono Giovanni Battista; altri Elia; altri Geremia o uno dei profeti. Ed
Egli disse loro: e voi, chi dite che io sia? Simon Pietro, rispondendo,
disse: tu sei il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente. E Gesù,
replicando, gli disse: tu sei beato, o Simone, figliuolo di Giona, perché
non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei
cieli. L’argomento è il medesimo, ed anche
in questo passo si ravvisano le stesse componenti già rimarcate in
precedenza, con una rispondenza precisa e puntuale, come solo nel libro di
Dio si può rilevare. Alla domanda di chi sia il Figliuolo dell’uomo, Simon
Pietro risponde: tu sei il Figliuolo dell’Iddio vivente e Gesù
allora lo chiama beato, perché non la carne e il sangue gli
hanno potuto rivelare questo, ma soltanto il Padre che è nei cieli. All’espressione Figliuolo
dell’uomo viene contrapposta con forza quella di Figliuolo dell’Iddio
vivente, fatto questo che avvalora il senso provocatorio e non letterale
della prima auto-definizione da parte di Gesù. Inoltre, il significato del
termine carne, nell’identico contesto riguardante il suo effettivo
genitore, viene direttamente palesato dal Maestro stesso: la carne e il
sangue, afferma Gesù, non riescono a rivelare le verità spirituali, ma
soltanto il Padre che è nei cieli e lo Spirito Santo che da Lui procede. La carne e il sangue
rappresentano perciò elementi
passeggeri ed effimeri, impediti dalla loro stessa fisicità e materialità a
scorgere appena più lontano; essi simboleggiano il mondo terreno, gli uomini
fragili e mortali, incapaci di credere a qualcosa che esuli dalle loro
cognizioni meramente empiriche. Oltre a tutto questo, c’è un altro tipo di riflessione
che comprova la lettura sopra accreditata e che cerca, in qualche modo, di
avvicinarsi il più possibile al punto di vista di Dio: se ci sforziamo di
avere una visione sintetica dall’alto dell’apertura dell’Evangelo e guardiamo
contemporaneamente la genealogia nel suo intero sviluppo, ci accorgeremo che Gesù
è chiamato, in premessa, figliuolo di Davide, ma poi ciò non viene
concretamente realizzato nello svolgimento delle successioni dinastiche,
né per quanto riguarda Davide stesso, nato 28 generazioni prima del Messia,
né per quanto riguarda Giuseppe, al cui padre, Giacobbe, si arresta la catena
della linea predominante maschile. Quale uomo avrebbe potuto scrivere una simile genealogia,
del tutto incomprensibile, irragionevole e per niente affatto rispondente
alle premesse annunciate, quando Gesù Cristo viene solennemente dichiarato
figliuolo di Davide, figliuolo di Abramo? Ma ciò che è illogico secondo gli uomini può rientrare
invece nella perfetta logica di Dio. Del pari, ciò che è secondo Dio
può a volte sconcertare profondamente l’uomo. Dio, a cui tutto è possibile, decide che suo Figlio nasca
nella casa di Davide, il re col cuore secondo il suo cuore. Dunque a Dio non interessa il modo di procedere delle
generazioni umane: l’unica discendenza che Egli si cura di riconoscere è
quella dell’amore, attraverso la quale vuole legare perennemente suo Figlio
al sovrano a Lui in assoluto più gradito. Questi è definito non “re Davide”, ma, Davide, il
re: ed è l’unica qualificazione del genere data nel corso dell’intera
genealogia, nonostante buona parte dei personaggi in essa nominati siano, a
loro volta, dei sovrani. Ciò serve a significare che, sulla terra, non c’è mai
stato né ci potrà mai più essere un re come Davide, all’infuori del Messia. Davide non era né un uomo integerrimo né un re
infallibile; commise molti errori nella sua vita, anche gravissimi, incluso
l’omicidio; ma il suo cuore amava profondamente Dio, con uno slancio che mai
in nessuno si era visto prima. Davide cantava, salmeggiava, proclamava a gran
voce il suo amore all’Eterno ed in Lui confidava con tutta la forza
dell’anima sua. Questo lo ha reso grande agli occhi del Signore e degno
di essere riconosciuto come padre di Gesù Cristo secondo la carne, cioè
secondo il mondo, secondo quella che avrebbe dovuto essere una linea storica
mortale, ma non fu. In altri termini, dovendo scegliere, nell’avvicendamento
umano, un padre ufficiale per suo Figlio, l’Altissimo, nel suo tempo sempre
presente, fra tutti gli uomini possibili, sceglie Davide, il re. Ancora una
volta il Signore ci manifesta che solo l’amore che gli portiamo ha un peso
ed un valore per una reale qualifica al suo cospetto, indipendentemente
dai nostri difetti e dalle nostre fragilità. Dio, inoltre, conserva in eterno le opere buone fatte per
amore suo ed in suo onore e non scorda mai nulla: anche dopo 28 generazioni
Egli si ricorda del suo fedele servo Davide, il re. Questi ha regnato e
regnerà sempre come il migliore dei sovrani terreni prima di Gesù Cristo,
cioè di Colui che ha saputo amare Dio e gli uomini più di Davide stesso. Ed è questa la ragione perché Dio sceglie Davide come
padre adottivo di Gesù: infatti il Maestro è accolto e riconosciuto
ufficialmente dinanzi al mondo come figlio, anche se in realtà non lo è, da
Giuseppe, il marito di Maria, il quale è erede della stirpe di Davide e viene
appellato tale dall’angelo che gli appare in sogno: Giuseppe, figliuolo di
Davide; appunto perché questo è il motivo principale per cui egli viene
chiamato ad un così alto compito. Infatti, nel piano di Dio, non è tanto Giuseppe che deve
emergere, quale padre terreno di Gesù, quanto Davide, il re. Poiché a Dio
preme che Gesù sia, anche sulla terra, riconosciuto come erede della casa di
Giacobbe, come sovrano di quei Giudei che Egli ha eletto a suo popolo,
al punto da far nascere suo Figlio nel loro mezzo, ed i quali invece lo hanno
rigettato, vilipeso, processato, torturato e crocifisso. Ma Dio, che è più grande di tutti, ha fatto scrivere
dagli stessi carnefici di suo Figlio nei confronti di chi essi avevano
perpetrato tanto male: nei confronti del loro Re, del Re dei Giudei.
Questo marchio, che nella intenzione dei persecutori avrebbe dovuto schernire
il giustiziato, è rimasto invece, e resterà sempre, come una indelebile
impronta di infamia per il loro peccato e la loro iniquità. Davide, secondo Dio, che opera nell’eterno presente, è
vivo ed è chiamato a rappresentare, per il Salvatore, il simbolo di paternità
terrena più gradito al Cielo. Così, nel presente assoluto di Dio, il quale è un Dio di
viventi e non di morti, Gesù nasce, sulla terra, nella casa di Davide e
riceve l’affetto di Davide (suo padre secondo il cuore) attraverso un diretto
discendente di lui, Giuseppe, anch’egli qualificato dall’angelo figliuolo
di Davide, e dunque eletto per trasmettere l’amore e la protezione di
Davide al Principe che avrebbe salvato il loro popolo, Israele. Del resto, nelle Scritture, il Signore è chiamato spesse
volte, come già notato, figliuolo di Davide, mentre mai è denominato
“figlio di Giuseppe”. A tale proposito, va aggiunto che, in una circostanza,
viene definito figliuolo del falegname (Matteo 13, 55), ma ciò viene
appunto detto da quegli abitanti di Nazaret, pieni di diffidenza e di
incredulità, che ritengono di conoscere Gesù, giudicandolo in base alla loro
ristretta visuale “carnale”, terrena, cioè secondo l’opinione materialista
del mondo. Proprio perché essi non vedono in Lui il Figlio di Dio, il Maestro
li abbandona e non compie fra loro molte opere potenti: Ora…Gesù…recatosi nella sua patria, li ammaestrava nella
loro sinagoga, talché stupivano e dicevano: - Onde ha costui questa sapienza
e queste opere potenti? Non è questi il figliuolo del falegname? Sua
madre non si chiama ella Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e
Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Donde vengono dunque a lui
tutte queste cose? E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: - Un
profeta non è sprezzato che nella sua patria e in casa sua. E non fece quivi
molte opere potenti a cagione della loro incredulità (Matteo, 13, 53 e
segg.). In Matteo (1, 18 e segg.), subito dopo l’illustrazione
della genealogia, si legge: Ora, la nascita di Gesù avvenne in questo modo: Maria,
sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe; e prima che fossero venuti a
stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo. E
Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla ad
infamia, si propose di lasciarla occultamente. Ma…ecco che un angelo del
Signore gli apparve in sogno dicendo: Giuseppe, figliuolo di Davide,
non temere di prendere teco Maria, tua moglie; perché ciò che è in lei
generato, è dallo Spirito Santo. Qui emerge esplicitamente la differenza sottolineata dal
testo fra i reciproci ruoli di marito e moglie propri di Giuseppe e Maria e
la maternità della vergine, la quale si trova incinta ed accoglie ciò che è
in lei generato dallo Spirito Santo: la maternità di Maria è un fatto isolato
a lei stessa e a Dio, è un fenomeno riservato, nel quale Giuseppe non può né
deve entrare, se non nella sua qualità ufficiale e puramente estrinseca di figliuolo
di Davide e marito di Maria. Mentre in Matteo viene descritta la visione onirica
dell’angelo avuta da Giuseppe, in Luca (1, 26 e segg.) è particolarmente
spiegata l’apparizione dell’angelo Gabriele a Maria; ciò per asserire che sia
a Giuseppe sia a Maria è stato annunciato separatamente il volere di Dio: al
primo in modo più schermato, alla seconda durante la veglia, in maniera
diretta e immediata: …l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di
Galilea, detta Nazaret, ad una vergine fidanzata ad un uomo chiamato
Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria. E
l’angelo, entrato da lei, disse: …non temere, Maria, perché hai trovato
grazia presso Dio. Ed ecco tu concepirai nel seno e partorirai un
figliuolo e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, e sarà chiamato
Figliuolo dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo
padre, ed Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno
non avrà mai fine. E Maria disse all’angelo: come avverrà questo, poiché non
conosco uomo? E l’angelo, rispondendo, le disse: lo Spirito Santo verrà su
di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il
Santo che nascerà sarà chiamato Figliuolo di Dio. Qui la prospettiva si concentra su Maria e sul Figliuolo
di lei e dell’Altissimo: il Signore Iddio, suo vero Padre, gli darà il trono
di Davide, suo genitore adottivo terreno, ed Egli regnerà sulla casa di
Giacobbe in eterno. Infatti Gesù, pur non essendo figlio di Giuseppe, viene
da lui riconosciuto ufficialmente come suo primogenito ed erede a tutti gli
effetti ed il suo genitore putativo, ligio ai desideri divini, conserva il
prezioso segreto della paternità celeste, che sarà rivelato a suo tempo da
Gesù stesso, all’inizio della sua predicazione. Cercando di raccogliere le idee fin qui espresse e di
riordinarne i principali contenuti, Maria viene dichiarata esplicitamente,
già nella genealogia, madre di Gesù, mentre di Giuseppe si scrive soltanto
che è marito di lei. La potenza dell’Altissimo copre Maria dell’ombra sua e
promuove in lei il concepimento di Gesù, provocando la reazione di Giuseppe,
il quale, prima di ricevere in sogno la rivelazione dell’angelo, sospetta un
tradimento della promessa sposa e medita di lasciarla. E’ dunque evidentissimo,
fin dalle prime righe dell’Evangelo, come Giuseppe non partecipi in modo
alcuno alla procreazione di Gesù e non ne sia fisicamente il padre. La sequenzialità progenica, così ben evidenziata al
principio di Matteo, non funziona affatto,dunque, nel momento più importante
di tutto il processo, ossia nel punto conclusivo, laddove
si giunge al frutto attesissimo, inestimabile, delle 42 generazioni
precedenti: proprio là viene a mancare l’anello di congiunzione tra
Giuseppe, il marito di Maria, e Gesù, tant’è che non si dice, come per i
predecessori, che Giuseppe generò Gesù, ma che Giacobbe generò Giuseppe,
il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo. Un tale andamento è contrario ad ogni tipo di procedere
umano, ma, se meditiamo sul fatto che l’Autore delle Scritture è il Santo
Spirito, allora comprendiamo come ciò ottemperi ad una logica superiore,
ovvero a quella di far emergere proprio questo dato, questa sconnessione
dall’intervento maschile, apparentemente incongrua, ma in realtà
assolutamente coerente con la ragione divina. Quindi appare incontrovertibile che l’unico Padre di Gesù
è l’Onnipotente, operante attraverso il suo Santo Spirito su Maria vergine. Una osservazione particolare, a tale proposito, è stata
rilevata nella lettera di Paolo ai Romani (1, 4), quando viene affermato che
Gesù è nato dal seme di Davide secondo la carne: da tale dizione si
possono desumere due interpretazioni, l’una letterale, che ritiene Gesù nato
carnalmente dal seme di Davide (il che appare stridente con tutto il
rimanente contesto); l’altra, più rispondente ad un linguaggio figurato, che
considera il termine carne come “senso umano”, “modo di intendere
degli uomini” e che promuove una lettura simile a questa: “nato
dal seme di Davide secondo l’opinione comune dei mortali”. Tale versione
appare la più accettabile, specie alla luce degli altri passi biblici
concernenti la questione in esame. Tra essi si richiama ancora il primo capitolo di Luca
sopra riportato, ove l’angelo informa Maria che concepirà e partorirà un
figlio al quale porrà nome Gesù; Maria chiede come ciò potrà avvenire e
l’angelo spiega che lo Spirito Santo verrà su di lei e la potenza
dell’Altissimo la coprirà dell’ombra sua. Per questo, se Giuseppe è il padre
putativo del Signore, lo Spirito Santo è il Padre vero. Anche se nelle Scritture il Signore è a volte indicato
come Figliuolo di Davide, Figliuolo dell’uomo, a tutto questo
Egli replica con precisi chiarimenti: tanto è vero che, un giorno, chiede ai
suoi discepoli riguardo all’opinione della gente sulla sua persona (Matteo
16, 13 e segg.): Poi Gesù…domandò ai suoi discepoli: -chi dice la gente
che sia il Figliuolo dell’uomo? Ed essi risposero: -gli uni dicono
Giovanni Battista; altri Elia; altri Geremia o uno dei profeti. Ed Egli disse
loro: -e voi, chi dite che io sia? Simon Pietro, rispondendo, disse: Tu
sei il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente. E Gesù, replicando, gli
disse: Tu sei beato, o Simone, figliuolo di Giona, perché non la
carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio, che è nei
cieli. Non è superfluo riguardare questo passo, poiché, come
altri che è stato necessario richiamare più volte, vale, in momenti diversi,
a sottolineare e comprovare, da differenti angolazioni, i temi emergenti. Del
resto, è bene che, fin dall’inizio, cominciamo a prendere coscienza del fatto
che le Parole dell’Evangelo non sono né vanno considerate alla stregua delle
parole umane: anche se utilizzati più volte, gli stessi brani del Nuovo
Testamento risulteranno comunque vivi e vitali e ricchi di spunti sempre
nuovi e fecondi, atti a rispondere in ogni circostanza alle esigenze
contingenti. Dal dialogo appena riportato emerge con evidenza come
l’unica qualificazione che Nostro Signore si preoccupa di confermare sia
soltanto quella di Pietro, che lo definisce Figliuolo dell’Iddio
vivente; Gesù, non soltanto la convalida, ma la dichiara rivelazione
procedente dal Padre, fatto questo che dimostra ampiamente come l’appellativo
Figliuolo dell’uomo sia da Lui stesso adoperato, non in senso assoluto
ma relativo, ossia limitatamente a ciò che la gente pensa, al concetto
che la carne e il sangue, cioè il mondo mortale, si sono formati della
sua persona. Una conferma di questo si reperisce in Giovanni12, 30 e
segg.: Gesù rispose e disse: -…Ora avviene il giudizio di questo
mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò
innalzato dalla terra, trarrò tutti a me. - Così diceva, per significare di
qual morte doveva morire. La moltitudine, quindi, gli rispose: - Noi abbiamo
udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno: come dunque dici tu che
bisogna che il Figliuolo dell’uomo sia innalzato? Chi è questo
Figliuolo dell’uomo? – Gesù dunque disse loro: - Ancora per poco la
luce è fra voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non
vi colgano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove vada. Mentre
avete la luce, credete nella luce, affinché diventiate figliuoli di luce. Confrontando quanto appena riportato con il Prologo di
Giovanni, non c’è dubbio che, con il vocabolo luce, Gesù
intenda designare se stesso: Nel principio era la Parola,
e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con
Dio.Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una
delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita; e la vita era la luce
degli uomini; e la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non
l’hanno ricevuta. Quindi, alla domanda su chi sia il Figliuolo
dell’uomo, Gesù risponde che Egli è la luce degli uomini, ossia la Parola;
Il che autorizza ancor più ad avvalorare la definizione Figliuolo dell’uomo come
espressione emblematica di una realtà terrena del Cristo puramente simbolica,
in quanto Figliuolo soltanto putativo dell’uomo, ma pur riconosciuto come
tale a tutti gli effetti. In questo medesimo senso si deve recepire la stessa
dicitura Figliuolo dell’uomo, adottata da Gesù in Matteo 26, 64, e
peraltro intenzionalmente contrapposta a quell’appellativo vero, dal Maestro
accettato e confermato, di Figliuolo di Dio, che viene invece
pronunciato da Caiàfa con scopo accusatorio: E il sommo sacerdote gli disse: - Ti scongiuro, per
l’Iddio vivente, a dirci se tu sei il Cristo, il Figliuolo di Dio.
Gesù gli rispose: - Tu lo hai detto; anzi vi dico che da ora innanzi
vedrete il Figliuolo dell’uomo sedere alla destra della Potenza e
venire sulle nuvole del cielo. Ed è proprio per questa affermazione, di essere appunto
il Figliuolo di Dio, che il Signore subisce la condanna religiosa del
Sinedrio. In un’altra occasione (Matteo22, 41), Gesù interroga i
Farisei a proposito della loro opinione sul Cristo: e qui occorre fare molta
attenzione, perché il modo di esprimersi del Signore è, come sempre,
essenziale, pur non trascurando nulla, precisissimo nell’insieme come nel
dettaglio, inscritto in un progetto discorsivo perfetto: semplice, pur
essendo il distillato di ogni sapienza possibile; esauriente, pur nella sua
cristallina concisione, equilibrato, armonico, consequenziale nel tutto come
in ogni sua parte ed inoltre, qualità questa ancora più straordinaria,
rispecchiante totalmente, nella descrizione dell’azione del Maestro, ossia
nella pratica del suo agire, le premesse ideologiche del suo predicare: Or, essendo i Farisei radunati, Gesù li interrogò
dicendo:- Che vi par egli del Cristo? Di chi è Egli figliuolo? -
Essi gli risposero:- di Davide -
Ed Egli a loro:- come dunque Davide, parlando per lo Spirito, lo chiama
Signore, dicendo: - il Signore ha detto al mio Signore: siedi alla mia
destra, finché io abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? Se dunque
Davide lo chiama Signore, come è Egli suo figliuolo? - E nessuno poteva
replicargli parola; e da quel giorno nessuno ardì più interrogarlo. Se badiamo bene al modo in cui Gesù formula la domanda (Che
vi par egli del Cristo?), noteremo che già nella scelta dei termini che
Egli adotta (l’espressione è particolarmente vaga e generica, attribuibile
più ad una teoria incerta e confusa che non ad un pensiero attendibile) è
implicitamente anticipata una riserva sulla risposta che riceverà: Egli
prevede infatti che nessuno dei Farisei capirà la verità. Diverso è il modo in cui il Signore si rivolge ai
discepoli, quando sollecita il loro parere sulla medesima questione: E
voi, chi dite che io sia? (Matteo16, 14): il linguaggio, come si vede, è
più diretto e immediato, ed in esso si riflette lo stato d’animo del Maestro,
che già divinamente intuisce la risposta gloriosa di Pietro. Procedendo nella lettura, l’altra domanda che il Signore
rivolge ai farisei è: - Di chi è Egli Figliuolo? – Ora,
considerando con la dovuta attenzione la frase, emerge la netta volontà,
da parte di Gesù, di sancire l’esistenza di un unico vero Padre,
escludendo recisamente qualunque ipotesi di una duplice paternità, l’una
terrena, l’altra celeste. Infatti Egli nega apertamente che Davide sia in qualsiasi
modo padre del Cristo, approvando invece, per lo Spirito, la definizione del
Cristo come Signore di Davide. Anche da questo scaturisce dunque un’ulteriore prova
della correttezza dell’interpretazione, che vede in Davide il simbolico
“padre putativo” del Cristo secondo il cuore, scelto per giustificare
storicamente, in base alla carne, cioè in base al senso comune dei
mortali, la nascita di Gesù nel casato annunziato dai profeti e null’altro. Vi sono poi due momenti solenni in Matteo, ove è il
Padre stesso che riconosce apertamente il suo Figliuolo: il primo, all’atto del battesimo nel Giordano (Matteo 3,
16 e segg.): E Gesù, tosto che fu battezzato, salì fuori dell’acqua;
ed ecco, i cieli s’apersero, ed Egli vide lo Spirito di Dio scendere come una
colomba e venire sopra lui. Ed ecco una voce dai cieli che disse: - Questo
è il mio diletto Figliuolo, nel quale mi sono compiaciuto. Il secondo, sul monte della trasfigurazione (Matteo, 17,
5): …ecco una nuvola luminosa li coperse della sua ombra, ed ecco
una voce dalla nuvola che diceva: - Questo è il mio diletto Figliuolo,
nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo. Nel Prologo di Giovanni (poc’anzi citato) Gesù è chiamato
Parola di Dio e poi si dice (Giov.1, 14): E la Parola è stata fatta carne ed
ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e
di verità; e noi abbiamo contemplata la sua gloria, gloria come quella
dell’Unigenito, venuto da presso al Padre. Dunque Gesù è venuto nel mondo incarnandosi nel seno
della vergine Maria: l’incarnazione della Parola è avvenuta tramite Maria e
senza intervento d’uomo, ma soltanto per l’opera miracolosa dello Spirito
Santo. Pertanto il Cristo ha un unico
Padre, il suo Padre celeste. Come Giuseppe, padre putativo di Gesù, anche Maria
appartiene alla tribù di Giuda ed è quindi anch’ella progenie di Davide:
sotto tale aspetto, ed esclusivamente per parte di madre, il Messia si
potrebbe pure considerare, in senso letterale, “carnalmente” discendente da
Davide. Giuseppe, pur essendo escluso comunque dalla funzione
procreatrice, è chiamato a svolgere l’importante compito di tutore e
protettore del Figlio di Dio, accogliendolo nella sua casa, curandolo e
custodendolo come suo proprio ufficiale figlio primogenito. Gesù cresce così, davanti agli occhi di tutti, nella casa
dell’erede di Davide e con lui lavora il legno nella bottega, fino al giorno
in cui lascia Nazaret, per dedicarsi al suo ministerio pubblico ed alla sua
missione terrena. In conclusione il Salvatore, pur nascendo quale uomo, in
virtù delle promesse dell’Eterno, nella grande famiglia di Abramo e di
Davide, è e resterà sempre l’Unigenito Figlio di Dio; e beato diventa,
come Simon Pietro, chiunque lo riconosce tale, al di là e al di sopra dei
parametri ovvi e limitati del mondo. Ma il miracolo non finisce qui. Il Figlio dell’Altissimo è nato nell’umanità e continua
ancor oggi a nascere nel cuore di molti uomini, i
quali credono in Lui e sono contraddistinti dalle prerogative della sua
natura, che produce frutti luminosi di vita, bontà, amore, compassione e
misericordia. Beati sono coloro che imparano a riconoscerLo in queste
creature umane, a motivo della luce che da esse promana e della Parola
vivente in loro e feconda di sempre nuova rivelazione. La Bibbia sostiene che, nel momento in cui un uomo crede
nella predicazione della Parola, nasce di nuovo nella natura spirituale del
Figlio di Dio, Cristo Gesù, e diventa parte della famiglia celeste. Così dice il Signore in Matteo 12, 46 e segg.: Mentre Gesù parlava ancora alle turbe, ecco sua madre e i
suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. E uno gli
disse: - Ecco, tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di
parlarti. Ma Egli, rispondendo, disse a colui che gli parlava: - Chi è mia
madre? E chi sono i miei fratelli? E, stendendo la mano sui suoi
discepoli, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Poiché
chiunque avrà fatta la volontà del Padre mio che è nei cieli, esso mi è
fratello e sorella e madre. L’affermazione di Gesù rivolta ai suoi discepoli,
chiamati “madre” e “fratelli”, deriva forse da una svista di Matteo o da una
generica imprecisione nel parlare di Nostro Signore? Sappiamo bene, ormai,
che né l’una né l’altra ipotesi sono plausibili, poiché il
linguaggio del Maestro non ha difetto alcuno e neppure il modo di riferire di
Matteo può essere comunque incrinato da inesattezze; infatti, quando
l’apostolo scriveva l’Evangelo, non si trovava in balìa della sua stessa
umana volontà o del caso, bensì ricordava e annotava sotto la guida dello
Spirito. Anzi, il presente studio vuole anche essere un
incoraggiamento ad esperti e studiosi, affinché possano avviare ricerche in
merito ed eventualmente smentire queste asserzioni; altrimenti convenire
tutti insieme, coralmente, sullo stesso doveroso riconoscimento di perfezione
divina alla Parola contenuta nell’Evangelo del Regno, e quindi alla
Testimonianza Scritturale ad esso riferita. Non potendo dunque essere né la volontà personale dello
scrivente né il caso a forgiare il tessuto del Sacro Testo (come taluni
vorrebbero farci credere), dobbiamo ritenere che la terminologia sopra
adottata sia invece frutto di una perfetta incastonatura del concetto di
“madre”, spiegato secondo il criterio del Santo Spirito: madre di Gesù è perciò, effettivamente, chiunque accoglie
nel cuore la sua Parola, generando per questo nel suo seno la nascita della
nuova natura del Figlio di Dio. Tutto è assolutamente esatto, esauriente, completo,
consequenziale, privo di contraddizioni o discordanze, le benché minime;
tutto appartiene ad un disegno sovrasensibile, superiore ad ogni umana
logica, sia pur la più raffinata, e diventa a poco a poco decifrabile, non in
funzione di una più o meno vasta preparazione storica o scientifica, di una
maggiore o minore intelligenza, di un più o meno prestigioso titolo di studio
profano, bensì in proporzione al livello di fede, di amore, di umiltà e di
mansuetudine di coloro che si accostano all’Unico, Vero Libro della Vita. Ritornando alla lettura progressiva di Matteo, il brano
relativo alla nascita di Gesù Cristo termina con la indiscutibile
affermazione, scevra da qualsiasi fraintendimento: Ora tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che
era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: - Ecco, la vergine sarà
incinta e partorirà un figliuolo, al quale sarà posto nome Emmanuele, che,
interpretato, vuol dire “Iddio con noi”.(Matteo, 1, 22 e segg) Ciò significa che, qualunque possa essere la traduzione
dei particolari inerenti agli avvenimenti precedentemente esposti, quel che
preme allo Spirito sottolineare è che tutti i fatti occorsi accaddero,
comunque, perché fosse adempiuta la profezia dettata dall’Eterno ad Isaia;
ossia, perché, da ultimo, si compisse interamente la volontà di Dio, secondo
cui il suo vero Figlio Unigenito sarebbe nato da una vergine, senza
intervento d’uomo, ed avrebbe assunto il nome di Emmanuele, ovvero
“Iddio con noi”, “Iddio fra gli uomini”. Tornando alla genealogia di Gesù Cristo, essa evidenzia
miracolosamente, fra l’altro, il regolare dipanarsi e ripetersi di 14
generazioni per tre precisi periodi: …da Abramo fino a Davide sono in tutto quattordici
generazioni; e da Davide fino alla deportazione in Babilonia, quattordici
generazioni; e dalla deportazione in Babilonia fino a Cristo, quattordici
generazioni. (Matteo 1, 17) Così le generazioni che si avvicendano raggiungono la
quota di 42 , il numero utilizzato più volte biblicamente (specie in
Apocalisse) per indicare i tempi dei compimenti. Ad esempio, 42 mesi rappresentano tre anni e mezzo,
ovvero il periodo in cui, secondo la predizione dell’apostolo Giovanni, si
manifesterà completamente nel mondo l’anticristo, con la conseguente
realizzazione dell’estrema sciagura e desolazione sulla terra. Nella genealogia, 42 generazioni rispecchiano il periodo
della maturazione e della piena incarnazione di Dio nella natura umana,
attraverso la progenie benedetta per eccellenza, a motivo della fede e
dell’ubbidienza di Abramo, che non rifiutò il suo figliuolo unigenito
all’Eterno. Riecheggiano inarrestabili le parole potenti di Genesi
22, 1 e segg.: …Avvenne che Iddio provò Abrahamo, e gli disse: -
Abrahamo! – Ed egli rispose: - Eccomi! – E Dio disse: - Prendi ora
il tuo figliuolo, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e vattene nel
paese di Moriah, e offrilo quivi in olocausto sopra uno dei monti che
ti dirò. E Abrahamo…partì per andare al luogo che Iddio gli aveva detto…E
Isacco parlò ad Abrahamo suo padre e disse:….Ecco il fuoco e la legna; ma
dov’è l’agnello per l’olocausto? – Abrahamo rispose: - Figliuolo mio,
Iddio se lo provvederà l’agnello per l’olocausto…. E giunsero al luogo
che Iddio gli aveva detto, e Abrahamo edificò quivi l’altare, e vi accomodò
la legna; legò Isacco suo figliuolo, e lo mise sull’altare, sopra la legna. E
Abrahamo stese la mano e prese il coltello per scannare il suo figliuolo. Ma
l’angelo dell’Eterno gli gridò dal cielo e disse: - Abrahamo, Abrahamo! – E
quegli rispose: - Eccomi! – E l’angelo: - Non mettere la mano
addosso al ragazzo, e non gli fare alcun male, poiché ora so che tu temi
iddio, giacché non mi hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico tuo. E
Abrahamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, preso per le
corna in un cespuglio. E Abrahamo andò, prese il montone, e lo offerse in olocausto
invece del suo figliuolo….L’angelo dell’Eterno chiamò dal cielo Abrahamo una
seconda volta, e disse: - Io giuro per me stesso, dice l’Eterno, che,
siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico
tuo, io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del
cielo e come la rena che è sul lido del mare; e la tua progenie possederà la
porta dei suoi nemici. E tutte le nazioni della terra saranno
benedette nella tua progenie, perché tu hai ubbidito alla mia voce. Abrahamo, uomo ubbidiente, come fu ubbidiente Giuseppe;
Abrahamo, il quale, appena l’Eterno lo chiama, risponde subito: - Eccomi!;
Abrahamo, che non discute, non pensa, non si ribella, ma crede per
certo, con tutta la forza, con tutta la fede possibili ad un cuore umano, che
Iddio, sul monte, provvederà. E’ fin troppo evidente quale reale sacrificio, quale
prezioso olocausto le parole dell’Eterno intendano evocare: Prendi ora il tuo figliuolo, il tuo
unico, colui che ami, Isacco, e….offrilo…in olocausto
sopra uno dei monti… L’Eterno non prende il figliuolo di Abrahamo, lo
risparmia; ma prende il suo stesso Figliuolo, il suo unico, colui che Egli
ama, Gesù, e lo offre in olocausto sopra uno dei monti, chiamato Golgota, il
Teschio, simbolo della morte dell’anima e del corpo, vinta per sempre da quel
sangue sparso sulla croce: dov’è l’agnello per l’olocausto?…Iddio se lo provvederà
l’agnello per l’olocausto… Non è il montone la vittima effettivamente attesa, non è
quello l’olocausto cui allude la prescienza dell’Eterno; Iddio si provvederà
il suo Agnello per l’olocausto e nessun angelo lo potrà salvare da quel
supplizio, perché così è decretato dal principio del tempo. La benedizione dell’iddio vivente scende sulla stirpe di
Abramo: la tua progenie possederà la porta
dei suoi nemici, promessa questa che riecheggia, con sovrumana,
meravigliosa risonanza, nelle Parole del Cristo a Pietro, il quale, con la
stessa fede di Abramo, aveva per primo creduto e proclamato : Tu sei il
Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente. Gesù lo consacra beato e gli
replica: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia
Chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere.(Matteo
16, 18). Ecco perché l’Altissimo sceglie, fra tutte, la
discendenza di Abramo quale stirpe degna di accogliere il Salvatore: poiché
Abramo ha creduto in Dio fino a superare la prova suprema, è stato ubbidiente
e mansueto, pronto a sacrificare il suo unigenito all’Eterno, così come
l’Onnipotente è stato pronto a donare la vita del suo unigenito per
riscattare gli uomini dal peccato e renderli effettivamente partecipi del suo
Regno. Dal cuore di Abramo al cuore di Davide, dal cuore di
Davide al cuore di Gesù, dal cuore di Gesù al cuore di Dio: questa è la
genealogia dell’amore che viene posta in luce dallo Spirito Santo, una linea
generazionale non in senso discendente, secondo l’abitudine del mondo, ma in
senso ascendente, sino all’amore perfetto di Dio, capace di immolare il
Figlio suo per la salvezza degli uomini e delle nazioni, nessuna esclusa,
tutte benedette in virtù di quell’unico atto di fede e di obbedienza compiuto
dal padre Abramo, padre di Davide, il re, padre a sua volta, sempre
secondo il cuore, di Gesù Cristo. Va a questo punto considerato che pure la nascita del
primo discendente della progenie di Abramo è stata miracolosamente prodotta
dall’Eterno. E’ il Santo Spirito di Dio, infatti, a rendere fertile il grembo
dell’anziana Sara, così come quello di Elisabetta, madre di Giovanni Battista
(il cui concepimento precede di sei mesi quello del Messia). Il primo e l’ultimo frutto, dunque, della successione
generazionale della stirpe di Abramo (ossia Isacco e Gesù) sono il risultato
di eventi eccezionali, al di fuori del comune andamento delle nascite. Inoltre, le procreazioni di Isacco e Giovanni Battista,
decretate dall’Altissimo secondo i precisi tempi da Lui stabiliti
(completamente estranei ai ritmi biologici della fecondità femminile), pur
procedendo da padri terreni, rappresentano comunque due evidenti segni
soprannaturali, il primo al principio della linea progenica benedetta; il
secondo nell’imminenza della venuta del Cristo. Solamente Gesù, però, percorre una vicenda unica nel suo
genere, diversa da quella di qualsiasi altro precedente uomo, condottiero, re
o profeta prescelto da Dio per l’avanzamento del suo Regno: soltanto Gesù,
infatti, si incarna nel grembo di una donna che non è sterile (come lo erano
Sara ed Elisabetta), bensì non ha mai conosciuto uomo. Egli è il Figlio perfettissimo di questa discendente di
Davide, la quale, privilegiata come nessuna creatura, viene coperta
dall’ombra dell’Altissimo e, da quel momento, coltiva nel suo seno il frutto
inestimabile della divina potenza. Tant’è che, se viene guardata in base ai parametri
consueti della storia umana, la genealogia del Messia risulta totalmente
anomala ed incomprensibile, mentre rifulge di una logica sovrumana, se viene
considerata alla stregua dell’ordine metafisico, seguendo la linea rossa del
Santo Spirito, che si accende dove vuole, ma non si può sapere da dove viene
né dove va: Dice il Maestro a Nicodemo: Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non
sai né d’onde viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo
Spirito.(Giov.3, 8). Allo stesso modo, ed a maggior ragione, è della nascita
di Gesù Cristo, il Figlio dello Spirito Santo, nel reale senso del termine. Le regole normali e naturali cominciano ad essere
seriamente compromesse e scardinate dall’avvento del Salvatore del mondo e
del suo Nuovo Patto. Sarebbe assurdo tentare di imbrigliare con miseri,
mortificanti canoni umani la divina, gloriosa e benedetta genealogia di Gesù,
Figlio dell’imprendibile, incommensurabile Spirito di Dio. Egli, essendo venuto alla luce nella casa di Davide e di
Abramo, è figlio di questi patriarchi esclusivamente secondo il ristretto
concetto del mondo e perciò pronto a negare, ogni qual volta interrogato al
proposito, la sua effettiva discendenza da loro. L’unico filo che lega Gesù a Davide e ad Abramo è quello
di una affinità elettiva sentimentale riguardo ai capisaldi essenziali per
entrare in un rapporto stabile e salvifico con Dio, come già evidenziato nel
primo capitolo del presente trattato, a proposito di quanto rilevato in
Giovanni 16 sull’amare e sul credere. Abramo rappresenta la fede; Davide l’amore. Entrambi sono cardini simbolici del Vecchio
Testamento e sono comunque quelli che, più di tutti, il Maestro si
preoccupa di ricordare e riconoscere. Come a dire che il Messia scaturisce anche, secondo la
storia, dal vecchio Patto, ne avalla principalmente l’importanza come
Legge di Amore e di Fede, e vuole costituire, mediante la sua persona ed
il suo sacrificio, la congiunzione e la continuità tra l’Antico ed il
Nuovo, gettando un arcobaleno di amore e di fede sulla spiaggia dell’eternità,
affinché moltitudini di genti e di nazioni, attraverso questo nuovo ponte
intessuto delle tonalità calde e vitali dell’amare e del credere, si salvino
per sua grazia e misericordia. CAPITOLO
TERZO GIOVANNI
BATTISTA: I
VERI E I FALSI PROFETI. Tutti quelli che sono disposti ad intraprendere un
viaggio straordinario nello Spirito, abbandonando ogni dimensione e
valutazione umana, ogni logica terrena, resteranno sorpresi di ciò che
riusciranno a scoprire e sarà loro svelato leggendo queste pagine, le quali
(e ciò valga come testimonianza) non appartengono, nel profondo, ad alcun
autore umano, ma a tutti coloro che vorranno credere, poiché sono state date
a me scrivente, come risposta straordinaria alla mia supplica di ottenere
l’illuminazione dello Spirito, onde poter trovare finalmente, all’interno
dell’Evangelo (e soltanto al suo interno), la prova inconfutabile della sua
provenienza divina. Si è trattato di tre ondate principali di rivelazione
(tutte avvenute, insieme ad altre minori, all’inizio del Gennaio 2001),
durante le quali ho scritto di getto, in genuflessione, 187 fogli, i cui
contenuti non prevedevo né premeditavo, ma ho registrato fedelmente,
nell’ordine e nel modo in cui mi sono pervenuti. Il mio sforzo umano è stato principalmente quello di
elaborare i concetti avuti in una forma a tutti comprensibile, cercando
comunque di rispettare la successione essenziale e la struttura originaria
dei tre blocchi esplicativi del messaggio, poiché ho ritenuto preferibile
impostare il lavoro sempre sulla certezza di trasmettere esattamente quanto
ricevuto, anziché privilegiare la veste esteriore. In obbedienza a tale metodologia, non mi sono arrogata,
ad esempio, il diritto di cancellare ripetizioni ed insistenze su determinate
tematiche, poiché non ho voluto avere lo scrupolo di affievolire l’accento su
argomentazioni che erano state con così grande evidenza primieramente
sottolineate. Dopo aver chiarito, come dovuto, la fonte, il taglio
strutturale e l’intento dell’opera, precisando a monte il perché di
determinate scelte metodologiche, devo altresì riconoscere di essere stata
condotta dallo Spirito su un campo tanto inaccessibile ed astruso per l’umana
ragione quanto completamente comprensibile e coerente per la logica divina,
aperta, come già accennato, a tutti coloro che si accostano alle Scritture
con l’intenzione di conoscere Dio come Amore, Misericordia e Compassione
(quale Egli è). Alla genealogia straordinaria di Gesù, densa dei
significati sopra evidenziati e di chissà quanti altri la divina volontà farà
emergere in futuro, fanno seguito, incastonate nel tessuto del racconto e a
sostegno d’esso, le profezie dei buoni profeti (Isaia, Michea, Osea, Geremia,
Giovanni Battista), ossia di coloro che, successivamente, Gesù oppone ai
falsi profeti, dai quali insegna a difendersi, distinguendoli mediante i loro
frutti. I veri profeti sono questi appena nominati, con i quali
si apre la vicenda meravigliosa del Salvatore del mondo: essi annunciano la sua venuta sulla terra (con
la precisazione del luogo dei suoi natali, cioè Betleem) ed alcuni eventi
fondamentali dei suoi primi anni (la chiamata fuori dall’Egitto; la
strage degli innocenti, la dimora a Nazaret) e della sua manifestazione
pubblica (la comparsa di Giovanni Battista e l’inizio della predicazione
in Galilea). In particolare, la prima predizione appartiene ad Isaia
(7, 14): 1) Ora tutto ciò avvenne, affinché si adempiesse
quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: - Ecco, la
vergine sarà incinta e partorirà un figliuolo, al quale sarà posto nome
Emmanuele, che, interpretato, vuol dire “Iddio con noi”(Matteo 1, 22) Successivamente è una previsione di Michea (5, 2) ad
essere ricordata: 2) …così è scritto per mezzo del
profeta: - E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la
minima fra le città principali di Giuda, perché da te uscirà un Principe, che
pascerà il mio popolo, Israele (Matteo 2, 5 e segg.) Il terzo divino presagio proviene da Osea (11, 1) e
riguarda la chiamata di Giuseppe fuori dall’Egitto: 3) …ed ivi stette fino alla morte d’Erode, affinché si
adempiesse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: -
Fuor d’Egitto chiamai il mio figliuolo (Matteo 2, 15) E ancora, poco più oltre, viene rilevato l’avverarsi
della tragedia annunciata in Geremia (31, 15): 4) Allora si adempié quello che fu detto per bocca del
profeta Geremia: - Un grido è stato udito in Rama, un pianto ed un
lamento grande: Rachele piange i suoi figliuoli e ricusa d’esser consolata,
perché non sono più (Matteo 2, 17 e segg.) Non viene trascurata l’anticipazione della sua dimora a
Nazaret: 5) …venne ad abitare in una città detta Nazaret, affinché
si adempiesse quello che era stato detto dai profeti, ch’egli sarebbe
chiamato Nazareno (Matteo 2, 23) Altri due divini presagi di Isaia suggellano il periodo
immediatamente precedente alla manifestazione pubblica di Gesù; il primo (Isaia 40, 3) è relativo a Giovanni Battista: 6) Di lui parlò infatti il profeta
Isaia quando disse: - V’è una voce d’uno che grida nel
deserto: - Preparate la via del Signore, addirizzate i suoi sentieri (Matteo
3, 3); il secondo (Isaia 8, 23; 9,1) riguarda il trasferimento
del Maestro a Capernaum, in Galilea: 7) Ora Gesù…si ritirò in Galilea. E, lasciata Nazaret,
venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di
Neftali, affinché si adempiesse quello che era stato detto dal profeta
Isaia: - Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare,
al di là del Giordano, la Galilea dei Gentili, il popolo che giaceva nelle
tenebre, ha veduto una gran luce; su quelli che giacevano nella contrada e
nell’ombra della morte, una luce s’è levata (Matteo 4, 12 e segg.). Si consideri, innanzi tutto, il particolare modo in cui,
nell’Evangelo, vengono introdotte queste sette profezie, le quali, già nel
loro numero, evocano il Santo Spirito: quanto alle prime tre, non viene neppure specificato il
nome del profeta: 1 )…affinché si adempiesse quello che era stato detto dal
Signore per mezzo del profeta… 2) … così è scritto per mezzo del profeta… 3) …affinché si adempiesse quello che fu detto dal
Signore per mezzo del profeta… Nella quarta è segnalato il nome di Geremia, ma si
chiarisce ancora che questi è soltanto un mezzo, attraverso la cui bocca
parla, in realtà, l’Eterno: 4) …allora si adempié quello che fu detto per bocca
del profeta Geremia… Nella quinta si richiamano genericamente i profeti,
che ritornano così nell’anonimato: 5) …affinché si adempiesse quello che era stato detto dai
profeti… Soltanto nella sesta e settima predizione viene citato il
nome del profeta Isaia, senza ulteriormente spiegare la sua posizione di
semplice messaggero del Signore, in quanto già sufficientemente evidenziato
in precedenza: 6) …di lui parlò infatti il
profeta Isaia, quando disse… 7) …affinché si adempiesse quello che era stato detto dal
profeta Isaia… Basti questa analisi a rilevare, ancora una volta, come
nulla, nell’Evangelo, sia scritto a caso, ma ogni singola espressione,
qualora adeguatamente meditata, risulti perfetta nelle benché minime
sfumature, sia a livello particolare come nell’insieme del contesto. Tutto ciò sembra ancora più straordinario, se si pensa al
fatto che le profezie or ora trattate appaiono, nel racconto evangelico,
distanziate le une dalle altre, e quindi la progressione delle loro
introduzioni può, a maggior ragione, essere derivata soltanto da una logica
superiore alle umane facoltà. Quel che preme dunque al Santo Spirito porre in risalto,
fin dal principio, è che ogni profezia non discende mai dall’uomo, ma è dettata
da Dio, il quale si avvale della creatura umana come semplice strumento per
far conoscere la sua volontà. Ecco perché, a prescindere da tale procedimento iniziale,
intenzionalmente didascalico, nel corso della vicenda biblica i nomi dei
profeti non sono sempre menzionati con regolarità: talvolta figurano,
talaltra no. Lungi ormai dalla tentazione di ascrivere tale
caratteristica ad una sorta di trascuratezza scritturale, abbiamo compreso
che i personali, specifici nomi dei vari profeti non sono importanti, per lo
Spirito, mentre è fondamentale il contenuto della rivelazione che alle loro
bocche è stata affidata dall’Iddio Onnipotente. Nel caso peculiare, dall’insieme di queste sette
profezie, che punteggiano le primissime pagine dell’Evangelo, anticipandoci
alcuni dati salienti della biografia del Signore, traiamo la consapevolezza
che Gesù è il Messia, poiché le circostanze preconizzate sono troppe e troppo
dettagliate per essere considerate alla stregua di mere coincidenze. Così, tutti i buoni profeti, avvicendandosi nel corso dei
secoli e dei millenni, hanno alzato le loro voci al cielo come un unico,
magnifico coro, che ha spianato la strada al primo avvento del Messia e ne
sta preparando il glorioso ritorno. Le loro profezie non furono mai riconosciute dai falsi
profeti, i quali, pur intuendo e intravedendo la verità, preferirono negarla;
essi non salutarono in Gesù il Salvatore annunziato e così precisamente
delineato nei vaticini scritturali, ma lo odiarono senza ragione, fino a
condannarlo e ad ucciderlo. In Giovanni (15, 23 e segg.) il Signore stesso dice: Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto
tra loro le opere che nessun altro ha fatte mai, non avrebbero colpa; ma ora
le hanno vedute, ed hanno odiato e me e il Padre mio. Ma questo è avvenuto
affinché sia adempiuta la parola scritta nella loro legge: - Mi hanno odiato
senza cagione. Il versetto appena citato dal Maestro (Mi hanno odiato
senza cagione) appartiene al Salmo 69, di Davide, che si apre con
l’accorata invocazione: Salvami, o Dio, e che, alla strofa 4, lamenta:
Quelli che m’odiano senza cagione sono più numerosi de’ capelli del mio
capo. Giovanni Battista, l’ultimo dei buoni profeti prima di
Gesù, compare quasi subito sulla scena dell’Evangelo (Matteo 3), immediatamente
dopo il passo in cui Giuseppe e Maria, col fanciullino, vengono ad abitare
nella città di Nazaret, ed occupa tutto lo spazio tra la fanciullezza di Gesù
ed il suo battesimo nel Giordano, quando il Signore, ormai adulto,
intraprende il suo ministerio pubblico: Ora in quei giorni comparve
Giovanni il Battista, predicando nel deserto della Giudea… Questo l’esordio, che merita qualche breve riflessione,
per l’inusitato modo di descrivere le situazioni, considerato che abbiamo
appena lasciato, nelle righe precedenti, Gesù ancora fanciullino e lo
ritroviamo uomo fatto….lo stacco di una trentina d’anni può in effetti
apparire notevole secondo lo stile umano, mentre risulta irrilevante quando a
parlare è lo Spirito, per il quale – come già osservato – le leggi temporali
non esistono e tutto è eterno presente. Del pari potrebbe suscitare stupore la maniera con la
quale viene introdotto Giovanni Battista: egli appare all’improvviso dal
nulla, come una meteora, in base a ritmi e logiche narrative provenienti da
una dimensione straordinaria e pertanto difficilmente riconducibili ai
consueti canoni cui generalmente si attiene uno scrittore terreno. Soltanto successivamente (Mat.11, 7 e segg.) il Maestro
spiega alle turbe chi è Giovanni: Che andaste a vedere nel deserto? Una canna dimenata dal
vento? Ma che andaste a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco,
quelli che portano delle vesti morbide stanno nelle dimore dei re. Ma perché
andaste? Per vedere un profeta? Sì, vi dico, e uno più che profeta. Egli è
colui del quale è scritto: - Ecco, io mando il mio messaggero davanti al tuo
cospetto, che preparerà la via dinanzi a te – In verità io vi dico che fra i
nati di donna non è sorto alcuno maggiore di Giovanni Battista; però il
minimo nel Regno dei cieli è maggiore di lui. Ora, dai giorni di Giovanni
Battista fino ad ora, il Regno dei cieli è preso a forza ed i violenti se ne
impadroniscono. Poiché tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a
Giovanni. E se lo volete accettare, Egli è l’Elia che doveva venire. Chi ha
orecchi, oda. Il Battista, ultimo buon profeta prima di Cristo,
anticipa e sintetizza, nella sua predicazione, il significato più importante
di tutto l’Evangelo del Regno: egli raccomanda infatti il ravvedimento,
senza il quale il Regno dei cieli resta precluso: Ora in quei giorni comparve Giovanni il Battista,
predicando nel deserto della Giudea e dicendo: - Ravvedetevi, poiché il Regno dei cieli è vicino (Matteo
3, 2) La stessa espressione verrà pronunciata dal Maestro,
all’inizio della sua missione: Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: -
Ravvedetevi, poiché il Regno dei cieli è vicino (Matteo 4, 17) In Giovanni
Battista si avvera la profezia di Isaia (40, 3), che di lui preconizzò: V’è una voce d’uno che grida nel deserto: - Preparate la
via del Signore, addirizzate i suoi sentieri. – Ed in effetti Giovanni vive nel deserto e si misura non
soltanto con le aride lande della Giudea, ma anche e soprattutto con il
deserto spirituale che ha bruciato e rinsecchito i cuori dei figli di
Israele: con quelle stesse desolate distese dove poi Gesù dovrà affrontare il
gran combattimento con il nemico. Ed il Battista spiana al Signore le vie faticose,
impervie e tortuose che i religiosi del tempo, i capi sacerdoti, i farisei, i
sadducei, gli scribi, i dottori del tempio avevano scavato, mostrando, in
apparenza, per quei sentieri, di voler condurre il popolo di Dio, ma, in
sostanza, allontanandolo sempre più dalla retta via e sospingendolo
attraverso i labirinti contorti della loro ostentata presunta santità,
personalistica gloria e dei loro privati interessi. Quando Giovanni vede molti dei farisei e sadducei venire
al suo battesimo, ha un forte, soprannaturale presentimento dell’ipocrisia e
dell’orgoglio che dominano i loro cuori e non esita ad attaccarli aspramente,
intuendo il male di cui si faranno portatori e prevedendo, in poche battute,
il loro ruolo nefasto, deprecabile, ma ininfluente, tuttavia, rispetto alla
potenza del Salvatore, che arderà alla fine la pula con fuoco inestinguibile. Nelle poche proposizioni pronunciate dal Battista tutto è
epitome e al contempo profezia formidabile dell’Evangelo, della figura e
della missione del Cristo: innanzi tutto il Battista insegna la giusta
predisposizione d’animo per prepararsi alla venuta del Messia: confessare
(ossia dichiarare, riconoscere) i propri peccati, ravvedersi nell’intimo e
poi fare frutti degni del ravvedimento, quel che poi diventerà, nel
linguaggio del Maestro, fare la volontà del Padre mio, che è nei cieli. Ancora, ai discepoli, luce del mondo, Gesù
raccomanda: Così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini,
affinché veggano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è
nei cieli. (Mat.5, 16) Giovanni, il buon profeta, avverte lo spirito avverso,
ostile e irriducibile dei farisei, il loro orgoglio, legato ad una errata
interpretazione dell’Antico Testamento, mediante la quale essi, per il solo
fatto di appartenere alla discendenza di Abramo, ritenevano di essere
superiori e di poter sancire regole che si sovrapponevano a quelle stesse di
Dio e le travisavano, le inficiavano, ne soffocavano l’autentico messaggio,
trasformando l’amore, la pietà, la misericordia, il perdono, tutti i veri
sentimenti del cuore di Dio, in una legge dura, severa, irremovibile,
implacabile, irta di obblighi, difficoltà, piena di cavilli, di pratiche
esteriori, di tradizioni vuote e interpretazioni e sovrastrutture, che nulla
avevano a che vedere con la genuina volontà dell’Eterno. Il Battista, secondo il cuore di Dio, si scaglia con
comprensibile veemenza contro questa presunzione terribile di sacerdoti e
religiosi, di falsi profeti ipocriti, che si arrogavano il diritto di essere
da più di Dio e si comportavano come tali: essi, ammantandosi di un’aura di
superiorità e santità, si sostituivano all’Eterno stesso e lo presentavano al
popolo secondo un’immagine rispondente ai loro propri desideri e convenienze,
ma assolutamente lontana dalla verità. L’ultimo buon profeta, prima di Cristo, individua e
denuncia i falsi profeti, rei di aver ingannato le genti con uno spirito
contrario a quello dell’Onnipotente e nella sua giusta ira è represso tutto
il dolore di chi già vede, in quell’arroganza insensata, in quell’odio
incontenibile dei farisei e dei dottori del tempio, gli strumenti ciechi
dell’avversario di Nostro Signore, del maligno nemico che, attraverso i falsi
religiosi, lo odierà e accuserà ingiustamente e senza motivo alcuno lo
condannerà a morte. Nell’accesa riprensione di Giovanni è anche insita la
speranza che alcuni di essi si ravvedano veramente e seguano il Maestro: Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire dall’ira a
venire? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento. E non pensate di dire
dentro di voi: - Abbiamo per padre Abramo - ; perché io vi dico che Iddio può
da queste pietre far sorgere dei figliuoli ad Abramo. E già la scure è posta
alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto sta per
essere tagliato e gettato nel fuoco. (Matteo 3,7 e segg) I buoni frutti sono quelli sui quali poi Gesù insiste
così tanto quando insegna a distinguere i buoni dai cattivi profeti: Guardatevi dai falsi profeti – avverte Gesù – i quali
vengono a voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Voi li
riconoscerete dai loro frutti. (Matteo 7,15) Qui Gesù ripete esattamente le stesse parole del Battista
e, del resto, nel corso di tutta la sua vicenda terrena, Egli insegna a
mettere in pratica la volontà del Padre celeste e a far fruttare i talenti
ricevuti: Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato
nel fuoco. Voi li riconoscerete dunque dai loro frutti. Non chiunque mi dice:
- Signore, Signore! – entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del
Padre mio, che è nei cieli.(Matteo 7, 19 e segg.) E’ significativo come le stesse precise locuzioni del
Battista vengano riprese e ribadite da nostro Signore, il quale intende così
sottolineare l’importanza di tali affermazioni al fine di entrare o meno nel
Regno promesso. Il Battista anticipa e rimarca il nucleo sostanziale della
predicazione del Cristo, compreso il fondamentale tema da Lui trattato in
tante parabole: la separazione dei capri dalle pecore, delle zizzanie dal
grano, l’arsione delle prime e la conservazione del secondo nel suo granaio
celeste. Dice infatti Gesù: - …al tempo della mietitura io dirò ai mietitori: -
Cogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano raccoglietelo
nel mio granaio. (Matteo 13, 30) E tal quale profetizzava Giovanni Battista: - …colui che viene dietro a me…vi battezzerà con lo Spirito
Santo e con il fuoco. Egli ha il suo ventilabro in mano e netterà interamente
l’aia sua e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula
con fuoco inestinguibile.( Matteo 3, 11 e segg.) Si avverte fortemente il diretto influsso del Santo
Spirito in tali profezie del Battista, come del resto nelle altre precedenti,
tutte ad annunziare una indelebile ed esatta testimonianza di quella che
sarebbe stata la centrale funzione del Cristo. Le parole del Battista, l’ultimo vero profeta di Gesù,
echeggiano nitide, severe e taglienti, scarne ed essenziali, come il
paesaggio che lo circonda, piatto, uniforme, disteso a perdita d’occhio, ove
nulla si può nascondere, ove tutto è ben visibile e riconoscibile. L’ultimo buon profeta, e uno più che profeta,
poiché riconosciuto come tale dal Signore stesso, parla dunque del Cristo più
dei profeti precedenti e con maggiore precisione , evocandone i tratti
salienti ancor prima di una qualsiasi manifestazione. Le predizioni di
Giovanni svolgono il ruolo di convincere definitivamente, nell’imminenza
della comparsa del Salvatore, che quest’ultimo è, in effetti, il purissimo
frutto nato nella casa di Davide e di Abramo, la più alta ragione, il più
sublime scopo cui le esistenze di questi giusti e dei loro discendenti
potessero servire, l’evento prodigioso tante volte promesso dai profeti e
donato da Dio all’intera creazione. Tuttavia, è il Maestro stesso ad osservare: - In verità io vi dico che fra i nati di donna non è sorto
alcuno maggiore di Giovanni Battista; però, il minimo nel Regno dei cieli è
maggiore di lui (Matteo 11, 11 e segg.) E qui viene sancita da nostro Signore, in maniera
incontrovertibile, la superiorità della forza salvifica del Nuovo Patto
rispetto all’Antico: infatti, fra i nati di donna, nessuno è da più del
Battista; però, il minimo nel Regno dei cieli è maggiore di lui,
poiché nel Regno si entra soltanto se si abbandona la propria ascendenza
terrena, si nasce di nuovo d’acqua e di Spirito (Giov. 3), e si diventa figli
del Padre celeste, come Gesù. Giovanni Battista stesso, del resto, come già menzionato
altrove, aveva preconizzato: Ben vi battezzo io con acqua, in vista del ravvedimento;
ma colui che viene dietro a me è più forte di me, ed io non sono degno di
portargli i calzari; Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il
fuoco.(Matteo,3,11) Tutto ciò che Gesù spiega a Nicodemo (Giov.3, 5 e segg.),
ossia la necessità di essere battezzati d’acqua e di Spirito, la superiorità
del nuovo battesimo sul vecchio e la maggiore potenza salvifica del Cristo
sono tutte tematiche previste e toccate dal Battista, il quale già così
annunciava prima di conoscere il Messia e non poteva dunque parlare per
esperienza o simpatia umana, ma unicamente perché condotto dallo Spirito Santo. Dice Gesù a Nicodemo: - In verità, in
verità io ti dico che, se uno non è nato di nuovo, non può vedere il Regno di
Dio…se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel Regno di Dio.
Quel che è nato dalla carne è carne; e quel che è nato dallo Spirito, è
spirito…E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il
Figliuolo dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in Lui abbia vita
eterna. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito
Figliuolo, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita
eterna.(Giov.3, 5 e segg.) Come in Giov. 1, nel principio era la Parola, e la
Parola era con Dio, e la Parola era Dio…in lei era la vita; e la vita era la
luce degli uomini; e la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno
ricevuta….La vera luce, che illumina ogni uomo, era per venire nel mondo… Fin dal principio, i figli del padre loro, temendo la
sconfitta delle tenebre, schiacciate dalle soverchianti forze della luce,
corrono ai ripari, tramando nell’oscurità l’assassinio del piccolo fanciullo,
appena riconosciuto re dei Giudei dai magi d’Oriente (Mat.2, 2) Erode, preoccupato dalle notizie dei magi, i quali
cercano il re dei Giudei, appena nato, per adorarlo, raduna
tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, per informarsi da loro dove
il Cristo doveva nascere. (Mat.2, 4) Ciò sta a
dimostrare che sia Erode sia i sacerdoti e gli scribi erano, fin dall’inizio,
consapevoli che non si trattava di un sovrano o capopopolo o profeta
qualsiasi, ma proprio del Cristo, che da tanto tempo attendevano. Non è dunque vero che essi non l’avevano riconosciuto:
questa è una versione di comodo, coniata dopo la crocifissione, per tacitare
in parte il loro divorante senso di colpa e far argine alla inenarrabile
vergogna che si impossessava giorno per giorno di loro. Il potere religioso, all’ombra del trono, dà il via alla
più spaventosa congiura della storia: la lotta dei falsi profeti (capi
sacerdoti, scribi, farisei, sadducei), in connivenza con il potere temporale
del re malvagio, per attentare alla vita del migliore di tutti i sovrani,
pronto sempre, in ogni momento, ad eseguire la volontà del Padre. I cattivi profeti, i capi sacerdoti, gli scribi del
popolo, il re crudele, utilizzano perversamente le Scritture, in questo caso
la profezia di Michea 5, 2 su Betleem: - … il re Erode fu turbato e tutta Gerusalemme con lui. E
radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informò da loro
dove il Cristo doveva nascere. Ed essi gli dissero: - In Betleem di Giudea,
poiché così è scritto per mezzo del profeta: - E tu Betleem, terra di Giuda,
non sei punto la minima fra le città principali di Giuda, perché da te uscirà
un Principe, che pascerà il mio popolo, Israele – (Matteo 2, 3 e segg.) I seguaci del mondo delle tenebre strumentalizzano questa
divina ispirazione di Michea, comportandosi allo stesso modo del padre loro,
il diavolo, quando, nel diretto confronto con Gesù nel deserto, adopera il
Salmo 91 per tentare il Figlio di Dio. I lupi rapaci, falsi e bugiardi, intendono affermare con
prepotenza, contro Dio, la loro sciagurata volontà, sete di potere, la loro
interessata e materialistica tradizione religiosa, per disseminare opere buie
e sanguinose lungo la spaziosa via che conduce alla larga porta della morte
eterna. Erode cerca con ogni mezzo di arrivare al fanciullino
Gesù, ma non lo trova, perché non cerca secondo la volontà di Dio…Gesù,
infatti, lo si trova solo se nel
cuore c’è il desiderio di obbedire alla volontà del Padre, che così si
riassume: Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi
facciano, fatele anche voi a loro (Matteo 7,12). Il re malvagio ed i falsi profeti cercano invece il
bambino per farlo morire, come fino ad oggi i religiosi ipocriti hanno
continuato e continuano ad uccidere Gesù, il suo Evangelo, soffocandolo,
seppellendolo sotto una montagna di aberranti tradizioni umane, anziché
ascoltarlo, leggerlo, scoprirlo nella sua genuina verità. Ma, per quanto devastante sia la forza del male, essa,
nemmeno giungendo alla ferina perfidia di decretare la strage degli
innocenti, può o potrà mai vincere il bene: - Allora Erode, vedutosi beffato dai magi, si adirò
gravemente e mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betleem e in tutto
il suo territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale
s’era esattamente informato dai magi. Allora si adempì quello che fu detto
per bocca del profeta Geremia: - Un grido è stato udito in Rama, un pianto ed
un lamento grande: Rachele piange i suoi figliuoli e ricusa d’esser
consolata, perché non sono più.(Matteo 2, 16 e segg.) La profezia di Geremia (31, 15) si adempie, è vero: il
potere oscuro non arretra neppure di fronte ad un infanticidio di massa, pur
di ghermire il Figlio di Dio; ma Erode, nonostante la ferocia disumana, non
riesce nel suo intento, poiché il Regno della luce ha attivato le sue
ineguagliabili difese ed ha accampato i suoi angeli a protezione della
preziosissima vita del suo divino Sovrano. La vicenda del bene e di coloro che il bene cercano è
tutelata dal Padre celeste, il quale non può essere secondo a nessuno in
potenza, in sapienza, in gloria, né in alcun’altra virtù: a Lui dunque spetta
ora e sempre, incontrastata, la vittoria finale. Giuseppe ubbidisce all’angelo del Signore, apparsogli in
sogno, e nasconde Gesù e Maria in Egitto, per ritornare in patria solo quando
lo strumento del male muore. Così la negatività lega la sua esistenza agli
uomini, e quando essi muoiono, le loro tenebre si dileguano; mentre la luce
del Figlio eterno di Dio torna sempre a risplendere, a vivificare quanto era
stato distrutto e a resuscitare ciò che era stato ucciso. Gesù ritorna
sempre, quando si è condotti dallo Spirito. Anche oggi, come allora, la stirpe dei falsi religiosi,
dei capi sacerdoti, dei dottori del tempio, cultori di tradizioni ed
interpretazioni umane anziché servitori del cuore di Dio, sta cercando i
piccoli nati di nuovo, i fanciullini del Regno, appena convertiti, per
massacrarli, allontanandoli dalla Fonte Prima della Vita; ma gli invitti
angeli di Dio, inviati dall’Altissimo, più potenti di qualsiasi
organizzazione umana, per quanto ricca, forte, vasta, millenaria, hanno il
mandato di proteggerli nella misura in cui essi credono nell’opera della
croce e tutti i figli di Dio avranno il loro trionfo. Giovanni Battista, nella sua anticipazione divinatoria
estremamente sintetica dell’Evangelo del Regno, aveva ammonito i farisei che,
se non avessero fatto frutti degni del ravvedimento, non avrebbero
potuto ottenere la vita eterna: Razza di vipere…fate dunque dei frutti degni del
ravvedimento e non pensate di dire dentro di voi: - Abbiamo per padre Abramo,
perché io vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figliuoli ad
Abramo.(Matteo 3, 7 e segg.) Ancora una volta, qui troviamo la riprova che la
riproduzione fisiologica normale non conta nulla agli occhi del Signore, se
il cuore è superbo. L’ascendenza generazionale dei falsi profeti e capi
religiosi può anche essere corretta, secondo le leggi della natura e del
mondo, ma la loro protervia li fa essere figli delle tenebre, non di Abramo.
Quella che veramente vale, per il Padre celeste, è dunque la genealogia
del cuore. In tal modo il Battista, con la chiara considerazione
relativa alla capacità divina di far scaturire figliuoli di Abramo perfino
dalle pietre, spiega anche come deve essere intesa l’ascendenza di Gesù, in
un senso cioè spirituale e non naturale. Il Signore, allo stesso modo del Battista, dice, a
proposito dei falsi profeti e della loro protervia e tracotanza: Non chiunque mi dice: - Signore, Signore! – entrerà nel
Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: - Signore, Signore! Non abbiamo noi
profetizzato in nome tuo, e in nome tuo cacciato demoni e fatte in nome tuo
molte opere potenti? - E allora dichiarerò loro: - Io non vi conobbi mai;
dipartitevi da me, voi tutti operatori d’iniquità – (Matteo 7, 21 e
segg.) Ma Gesù, come sua abitudine, non si limita a ripetere
solo oralmente quanto predetto da Giovanni Battista nel suo lapidario sunto
dei contenuti dell’Evangelo del Regno, quando alludeva all’albero che non
fa buon frutto (Mt.3,10). Come abbiamo notato, il Messia ripropone, infatti, pari
pari, la medesima frase di Giovanni: - ogni albero che non fa buon frutto
è tagliato e gettato nel fuoco (Mt.7,19). Ebbene, questo non è sufficiente al Maestro, il quale,
quando il Battista, dalla prigione, manda alcuni discepoli a chiedergli: Sei tu colui che ha da venire o ne aspetteremo noi un altro? (Mt.11,3) replica con fermezza: andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i
ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono mondati ed
i sordi odono; i morti risuscitano e l’evangelo è annunziato ai poveri. E
beato colui che non si sarà scandalizzato di me (Mt. 11,4 e sgg.). Ossia, la risposta che Gesù invia al Battista è in
perfetta sintonia con il senso più profondo della predicazione di
quest’ultimo: il Signore non fa altro, infatti, che elencargli, in poche
parole, i buoni frutti che
Egli ha dispensato. Ancora una volta, nessuna parola di Gesù resta mero
suono, semplice vocabolo, simbolo semantico, intenzionale, ma si traduce in
ogni momento in quella vita vera e pulsante che rappresenta ed esprime. Ai discepoli, luce del mondo, Egli raccomanda: così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini,
affinché veggano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro
che è nei cieli (Mt.5,16) Torneremo su questo concetto di Giovanni e di nostro
Signore, relativo alle buone opere, ai buoni frutti; ma ora ci
soffermeremo incidentalmente su una precisazione che troppe volte si trova
fraintesa per eccesso o per difetto: secondo l’intendimento del Maestro, le buone opere sono
necessarie per far rifulgere l’esempio cristiano dinanzi agli uomini e
dichiararci a tutti, con esse, figli del Padre nostro celeste. Ma tali
buoni frutti – è molto importante puntualizzarlo fin d’ora – non hanno
nulla a che fare con la salvezza, cioè con l’essere o non essere salvati a
vita eterna. Questo non dipende da noi né da ciò che possiamo fare, ma
deriva esclusivamente dalla fede che abbiamo in Gesù Cristo, dal credere
con tutto il cuore, l’anima, la mente, che Lui è il figlio di Dio ed è
risorto dai morti. Solo così saremo salvati dai nostri peccati, perché
riscattati dal sangue sparso sulla croce in remissione delle nostre colpe e
diverremo partecipi della resurrezione di Gesù, non saremo santi ma da Lui
santificati, non saremo giusti ma da Lui e dalla sua grazia, per sempre,
giustificati; mai per i nostri presunti meriti, dunque, ma per il sacrificio
del Signore nostro Gesù Cristo. In questa sede si tratta solo di un accenno, ma di un
accenno essenziale, tale che non si debba mai confondere il piano della
Grazia e della salvezza (che si ottiene col battesimo d’acqua e di Spirito
Santo, per grazia mediante la fede) ed il piano delle opere, dei buoni
frutti, con i quali si costruisce e si opera nel Regno dopo essere
divenuti figli di Dio, e mediante i quali si dimostra ai non convertiti di
essere portatori dell’amore e della misericordia del Padre celeste. Fin dal principio dell’Evangelo di Matteo si parla dei veri
profeti, ovvero di quelli che annunciano la venuta del Cristo, e dei
falsi profeti, a proposito dei quali veniamo avvertiti sul come
distinguerli: voi li riconoscerete dunque dai loro frutti (Matt.7,
16). E’ fondamentale infatti riconoscere i falsi profeti: essi
sono coloro che hanno condannato a morte Gesù e continuano ancora oggi ad
ucciderlo in ogni forma nella quale Egli si mostra. Il padre di tutti i falsi profeti è il diavolo stesso, il
cui spirito li sostiene, guida e dirige. Gesù ci insegna ad individuare quali siano i loro frutti:
essi sono quelli che derivano dal giudicare e dal non perdonare: non giudicate e non sarete giudicati:
perché col giudizio col quale giudicate, sarete giudicati e con la misura
onde misurate, sarà misurato a voi (Mt.7,1 sgg – 23,1 sgg) Quanto alla necessità imprescindibile del perdono, Gesù,
dopo aver suggerito la preghiera del Padre nostro ed alludendo specificamente
al versetto “rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi
ai nostri debitori”, aggiunge: - Poiché se voi perdonate agli uomini
i loro falli, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non
perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà i vostri falli
(Mt.6,14 sgg). Si tratta di considerazioni estremamente pesanti, specie
se riflettiamo sul fatto che Gesù si rivolge ai suoi discepoli ed a tutti i
figli del Padre suo, che già hanno accettato di credere in Lui e di seguire
le regole del Regno. Ebbene, senza osservare primieramente questa condizione
relativa all’obbligo del perdono nei confronti del prossimo, anche i
figli ripiombano nella stessa situazione precedente alla venuta di Gesù ed
all’ingresso nel Regno, ossia quando la salvezza dipendeva dalle loro opere. Sovente il Messia avverte i farisei di non giudicare, ma
questi non lo ascoltano e non comprendono nulla, perché sono resi sordi e
ciechi dalla loro superbia. Quand’essi, ad esempio, vedendo il Maestro a tavola in
casa di Matteo l’esattore (ormai convertito), criticano la sua confidenza con
coloro che sprezzantemente definiscono “i pubblicani e i peccatori”,
vengono da Lui così ammoniti: Ora andate ed imparate che cosa significhi: Voglio
misericordia e non sacrificio; poiché io non sono venuto a chiamare dei
giusti, ma dei peccatori (Mt.9, 13). Quindi, fondamentalmente, la legge del Regno si avvale di
un metro, un peso, una misura ben precisa, che coincide con la volontà del
Padre; e la volontà del Padre è questa: Tutte le cose che voi volete che gli
uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge ed i
profeti (Mt.7, 12). Tale è stata ed è, da sempre, la volontà del Padre
celeste, la quale viene quindi compiutamente espressa sia nell’Antico che nel
Nuovo Testamento. Ecco perché Gesù dice: questa è la legge ed i profeti, sottolineando
dunque il fatto che né gli scribi né i capi sacerdoti avevano capito il senso
più profondo del volere dell’Altissimo. Su questa base si sviluppano poi tutti i temi successivi;
il primo è: non giudicate e non sarete giudicati. Desideriamo forse noi che gli altri uomini ci giudichino
aspramente e ci condannino senza pietà? E dunque neppure noi dobbiamo
giudicarli, per nessun motivo, né per le cose importanti né per le minuzie. Vogliamo noi essere perdonati quando commettiamo un
errore di qualsiasi entità, fino a uno sbaglio che ci pare irreparabile?
Ebbene, pure noi dobbiamo perdonare gli errori altrui, di qualunque portata
siano e qualunque sia l’entità dell’oltraggio o del danno che abbiamo subìto. Inoltre il Signore ci avvisa che Egli stesso si atterrà,
con noi, alla medesima regola, poiché, corrispondendo questa alla sua
volontà, non potrebbe Egli esserne esente e neppure volerlo. Conseguentemente,
l’Eterno ci giudicherà con lo stesso giudizio con il quale noi avremo
giudicato e ci misurerà con la stessa misura con la quale noi avremo misurato
e considerato sia il nostro prossimo sia Lui stesso, nostro Dio. Allo stesso modo, se noi avremo perdonato gli uomini, il
Padre nostro celeste perdonerà anche noi; ma se noi non avremo perdonato il
nostro prossimo, chiunque sia, qualsiasi cosa ci abbia fatto, neppure il
Padre nostro perdonerà noi. Dice ancora Gesù: Iddio non ha mandato il suo figliolo
nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di
Lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché
non ha creduto nel nome dell’unigenito figliolo di Dio. E
il giudizio è questo: che la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato
le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv.3,17
sgg). Ed infine: Io sono venuto come luce nel mondo
affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. E se uno ode le
mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a
giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. Chi mi respinge e non accetta le
mie parole, ha chi lo giudica: la Parola che ho annunciata è quella che lo
giudicherà nell’ultimo giorno (Gv.12,46 sgg). La radice dalla quale si sviluppa tutto il procedimento è
dunque la fede: noi saremo giudicati e non saremo perdonati
dall’Onnipotente in un caso soltanto: solamente se non crederemo che Gesù è
il Figlio di Dio. Sarà la nostra stessa incredulità in Lui a condannarci
in perpetuo, perché ci renderà per sempre figli delle tenebre e ci impedirà
di accettare la salvezza per Grazia e di osservare la volontà divina,
astenendoci dal giudicare gli altri e perdonandoli in ogni circostanza. Quanto al peccato –
afferma il Salvatore– è che non credono in me (Gv.16,9):
questo è l’unico peccato che, a ben riflettere, Egli non potrebbe mai
assumere su di sé né perdonarci, poiché lo porterebbe ad immedesimarsi in ciò
che lo rinnega. Inoltre, si noti la precisione massima con la quale, come di
consueto, il Maestro si esprime: Egli dice, infatti, Quanto al peccato,
ossia considera il peccato di incredulità come il principale da ritenersi
irredimibile per noi e dal quale Lui non ci può sollevare. Esso è certamente
lo strumento prioritario col quale il diavolo opera nella coscienza degli
uomini per allontanarli dalla verità. Affinché possa compirsi il processo stesso di redenzione,
è indispensabile pertanto il nostro atto di volontà, di libera scelta, il
nostro atto di fede nella Persona del Cristo e nella sua Parola. E’ l’unico
sforzo che Egli ci chiede. Tutto il resto è compiuto dal suo sangue e dal suo
olocausto. E poi aggiunge – Il principe di questo mondo è stato già giudicato
(Gv.16,11). Certamente Gesù è venuto per salvare, non per giudicare;
tranne colui e coloro che non credono in Lui. Costoro sono già giudicati, non
da Lui stesso, ma dalla sua Parola, che ci ha richiesto un gesto soltanto, un
atto soltanto: l’atto della fede. Il primo a subire la triste conseguenza della sua scelta
e ad essere giudicato dalla sua stessa incredulità nel Figlio di Dio è,
dunque, il diavolo e con lui tutti i falsi profeti che si sono fatti
ingannare dalla sua lingua velenosa ed hanno prestato fede alle sue menzogne
anziché alla Parola di vita del Sovrano di tutti i firmamenti. E’ chiaro come Gesù, qui, si esprima contrariamente alla
cosiddetta giustizia del mondo. La sua impostazione è completamente
antitetica, tranne una sola eccezione: il giudizio riservato a chi,
giudicando e condannando gli altri (compreso Dio), ha giudicato e condannato,
con le sue stesse parole ed il suo stesso rigore, anche se medesimo. Colui che crede è già salvato, perché ha creduto. Colui
che non crede è già condannato, perché non ha creduto che Gesù è il Figlio di
Dio ed è l’unico potente a salvarlo. Occorre dunque vegliare sempre, naturalmente, sulle
insidie del maligno, ma anche, nel contempo, stare saldi e certi che nulla e
nessuno potranno mai nuocerci: mai dovremo temere alcun male, finché resteremo
fermi nella nostra fede e crederemo con tutto il cuore che Gesù è il Figlio
di Dio ed ha già vinto l’avversario, tritandolo sotto i suoi piedi. Se restiamo accanto a Gesù e difendiamo la sua causa, la
vittoria è già nostra. A ben guardare, l’Evangelo è, fin dall’inizio,
direttamente ispirato dallo Spirito Santo per parlare dei falsi profeti, dei
carnefici di Gesù: chi sono, cosa hanno fatto, come si comportano, come li
distingueremo, cosa dobbiamo fare per non agire come loro, per salvarci e non
continuare a crocifiggere il nostro Salvatore. In effetti, per duemila anni,
i falsi profeti hanno impedito la comprensione del suo messaggio con
interpretazioni capziose e ingannevoli, oscurando ed appannando il senso di
ciò che Egli, Parola di Dio, ha inteso significare. A noi il dovere di difendere ciò che è vero dalle loro
subdole macchinazioni, troppo spesso, purtroppo, volte ad innalzare templi e
ad assicurare potere alle caste sacerdotali terrene, bruciando incensi
dinanzi ad idoli costruiti in obbedienza a fallaci tradizioni umane, avulse e
lontane dalla volontà indicata chiaramente dal Signore nel suo Evangelo. Gesù è la divina Parola ed è venuto appositamente sulla
terra per parlarci di qualcosa di straordinario, al cui confronto nulla può
essere paragonabile: Egli ci ha voluto svelare quello che dobbiamo fare per
avere la vita eterna ed essere accolti nel suo Regno e desidera perciò che
noi gli prestiamo la massima attenzione, credendo completamente in Lui ed
affidandoci con mansuetudine e semplicità di cuore alla sua guida, certi che
Egli è il Figlio di Dio, il solo capace di ammaestrarci in tutta la verità. Questo nostro millennio non costituisce soltanto il
settimo millennio dell’umanità (ovvero quello designato per il suo riposo),
bensì è pure il terzo dell’era cristiana e rappresenta dunque un preciso,
emblematico richiamo sia al Paraclito (simboleggiato dal numero sette) sia
all’Autorità Trinitaria: Padre, Figlio e Spirito Santo, tutti raccolti e
compresi nel potentissimo nome di Gesù Cristo. Condotti dallo Spirito, negli ultimi giorni, ascolteremo
e capiremo finalmente i segni scritturali, l’autentica voce di Dio,
distrattamente citata a brani ed a versetti da uomini che, ammantati della
loro eloquente dialettica, delle loro arti logiche e argomentative, portano
avanti da duemila anni, nel nome di Gesù Cristo, ogni tipo di personalistica
performance, incuranti di mortificare il senso genuino del dettato
evangelico. E’ giunto ormai il tempo di leggere e cercare la Parola
così come il Maestro ci ha prescritto ed ha stabilito, secondo la sua
consequenzialità e progressione, in base allo sviluppo che Egli le ha
impresso….Se la cercheremo così, senza tentare di giudicarla (per non entrare
nell’efficacia dell’errore ed essere poi da lei giudicati), ma sforzandoci di
comprenderla, in totale sottomissione all’illuminazione dello Spirito Santo,
dopo aver perdonato tutto a tutti ed aver evitato di formulare qualsiasi
giudizio, allora la troveremo, ovvero scopriremo il suo autentico e più
intrinseco significato. In questo modo la cercarono i veri profeti, come Giovanni
Battista, che preparò veramente la via alla rivelazione del Signore, non come
fecero i farisei ed altri falsi religiosi, mimetizzati dalla loro ipocrisia e
per questo estremamente più infidi e pericolosi per i fedeli, resi incapaci
di comprendere in quale atroce inganno i sacerdoti del tempio li stavano
precipitando. Furono proprio le massime autorità religiose, infatti, a
preparare freddamente, spietatamente, la morte di Gesù, pur sapendo e
conoscendo che Egli era il Cristo, Figlio dell’Iddio vivente, anzi, proprio
in quanto sapevano e conoscevano ciò, sia dalle profezie bibliche, sia dalle
opere potenti che Gesù compiva, sia dall’autorità con la quale insegnava e
dalla perfezione di ciò che predicava. Lo stesso Pilato era al corrente che Gesù gli era stato
consegnato dai capi sacerdoti per invidia (….egli sapeva che glielo
avevano consegnato per invidia – Matt.27, 18 - ): essi, fino a quel
momento detentori ufficiali ed incontrastati di tutto il potere religioso,
riconobbero in Gesù il Messia fin dalle sue prime manifestazioni pubbliche e
temettero di essere da Lui smascherati e spodestati della ricchezza e
influenza che avevano acquisita ingannando il popolo con precetti e
tradizioni lontane dalla volontà di Dio ed alleandosi con il potere temporale
rappresentato dal re Erode e dai suoi consiglieri. Tentarono perciò in ogni
modo di coglierlo in fallo e, non riuscendoci, comprarono per trenta denari
il tradimento di uno dei suoi. I falsi profeti hanno sempre tramato, nell’ombra, per
impedire al Signore di esprimersi compiutamente ed ancora oggi continuano ad
ostacolare la comprensione completa della sua rivelazione, pur facendo finta
di amarlo. Essi dicono Signore! Signore! ed usando il suo nome fanno
pure, in apparenza, opere potenti, ma in realtà agiscono con iniquità, perché
il loro cuore, teso ad innalzare dottrine ed interpretazioni interessate di
uomini, che pretendono di sostituirsi a Dio, è estraneo a ciò che il Padre
celeste desidera. E’ scritto: Non chiunque mi dice: - Signore! Signore! – entrerà nel
Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli. Molti
mi diranno in quel giorno: - Signore! Signore! Non abbiamo noi profetizzato
in nome tuo e in nome tuo cacciato demoni e fatte in nome tuo molte opere
potenti? E allora dichiarerò loro: - Io non vi conobbi mai. Dipartitevi da me
voi tutti, operatori d’iniquità. (Matt.7, 21 segg.) Dice ancora Gesù ai Farisei: ….avete annullata la parola di Dio a cagione della
vostra tradizione. Ipocriti, ben profetò Isaia di voi quando disse: - Questo
popolo mi onora con le labbra, ma il cuore loro è lontano da me. Ma invano mi
rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
(Matt.15, 6 segg.) Dove deve dimorare il nostro cuore, secondo Gesù? Non vi fate tesori sulla terra…ma fatevi tesori in
cielo…perché dov’è il tuo tesoro, quivi sarà anche il tuo cuore.(Matt.6, 19
segg.) Il nostro cuore, dunque, deve restare nel cielo, cioè
fedele al Signore ed alla sua Parola (non alla nostra parola), alla sua
volontà (non alla nostra volontà). E la volontà di Dio non è qualcosa di vago
e di misterioso…come già abbiamo accennato, secondo la definizione che il
Maestro stesso ci ha suggerito, essa si può sintetizzare come segue: Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi
facciano, fatele anche voi a loro.(Matt.7, 12) E quali sono, soprattutto, le cose che il Padre nostro
desidera che noi facciamo agli uomini, affinché siamo da Lui perdonati di
tutti i nostri peccati ed accolti nel Regno? Innanzi tutto Egli vuole che noi perdoniamo sempre al
nostro prossimo (Matt.6, 14) e non lo critichiamo né lo giudichiamo mai
(Matt.7, 1): con questa disposizione d’animo, e solo con questa, le nostre
preghiere potranno salire all’Eterno ed essere da Lui esaudite; con questo
spirito, e solo con questo, potremo chiedere all’Altissimo e ci sarà dato,
potremo cercare grazia e misericordia e troveremo, potremo bussare e ci verrà
da Lui aperta la porta stretta della Vita, che pochi trovano e
riconoscono.(Matt.7, 7 sgg) Su questi ragionamenti, che rappresentano la parte
centrale e basilare della volontà del Padre, e che devono essere letti e
compresi nell’ordine esatto con cui vengono esposti da Gesù, altrimenti si
fraintendono facilmente, torneremo diffusamente nel capitolo successivo, ove
saranno ampiamente sviluppati e ne sarà dimostrata la validità mediante i
passi dell’Evangelo ad essi riferiti. Ciò che importa principalmente qui rimarcare è che tutto
ciò che sembra simile alle Scritture ed alla volontà di Dio, ma viene
proposto con qualche differenza o in base ad una successione diversa o con
una interruzione della consequenzialità logica che il Signore ha stabilito
nel suo discorso, non è comunque la volontà di Dio ed è tanto più pericoloso
ed inefficace ai fini della salvezza eterna quanto più sembra autentico e
vicino all’originale. Trascorrendo dal campo spirituale a quello materiale, lo
stesso fenomeno accade con le banconote od i gioielli falsi: essi infatti
tanto più si prestano ad irretire e confondere le persone, quanto più sono
simili al modello vero. Allo stesso modo, determinati concetti illustrati dal
Maestro possono essere adoperati e spiegati secondo una sequenza diversa
rispetto a quella da Lui prescelta, oppure isolati e cristallizzati in un
breve blocchetto di frasi, citate pur correttamente, ma sradicate dall’intero
contesto in cui Lui le ha proposte, con il risultato finale di snaturarle del
loro primigenio significato e di privarle altresì del loro potere salvifico. Nulla da meravigliarsi, dunque, se la maggior parte degli
argomenti trattati nella presente ricerca appaiono familiari e consueti ai
lettori; si tratta infatti di contenuti sui quali già altre volte hanno udito
parlare e dissertare; ma ciò che essi debbono in primo luogo evitare è di
confondere l’una cosa con l’altra solo perché sono simili: un conto è che
siano simili ed un conto che siano identiche. E chi avrà la buona idea di
procedere nella lettura, se ne renderà perfettamente conto. Un cronista, ad esempio, può per tutta la vita disquisire
e commentare e scrivere sulle macchine da corsa, sulle gare di “formula uno”,
sui piloti e sulle loro prestazioni, fingendosi un grande esperto e
intenditore, senza tuttavia avere nemmeno la patente per guidare
un’automobile utilitaria! Così è anche per l’Evangelo: innumerevoli sono coloro che
predicano sul Regno e spesso tuonano dalle cattedre e dai pulpiti, ma pochi,
purtroppo, sono coloro che sanno, seguendo la reale volontà di Dio, come
entrarvi veramente e farvi entrare il prossimo. La maggior parte, ingannati e inconsapevoli, ritenendosi
“giusti” e guidati da “giusti”, stanno anche oggi, anche adesso, procedendo a
grandi passi lungo la strada spaziosa della perdizione e della morte,
condotti appunto dai falsi profeti, perché hanno creduto ciecamente in loro e
non, prima di tutto, in Gesù e nella sua Parola: sono stati allora trascinati
sul terreno melmoso delle loro argomentazioni (simili, ma non identiche a
quelle del Salvatore) e vi si sono impantanati, perché non hanno prestato
attenzione all’avvertimento: Guardatevi dai
falsi profeti, i quali vengono a voi in vesti da pecore , ma dentro sono lupi
rapaci. Voi li riconoscerete dai loro frutti. (Matt.7, 15) Quando i religiosi ipocriti, che si ritenevano scrupolosi
osservanti della Legge, rimproverano Gesù per la sua assiduità nelle case dei
pubblicani e dei peccatori, Egli risponde loro: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i
malati. Ora andate e imparate che cosa significhi: - Voglio misericordia e
non sacrificio; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei
peccatori. (Matt.9, 12 sgg.) Unendo questa considerazione con quelle che, più oltre,
si leggono in: Matteo 15, 13: - Ogni pianta che il padre mio celeste
non ha piantata, sarà sradicata. Lasciateli; sono ciechi, guide di ciechi;
ora, se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nella fossa; Matteo 21, 31: - Io vi dico in verità: i pubblicani e
le meretrici vanno innanzi a voi nel Regno di Dio. Poiché Giovanni è venuto a
voi per la via della giustizia , e voi non gli avete creduto; ma i pubblicani
e le meretrici gli hanno creduto; e voi, che avete veduto questo, neppure poi
vi siete pentiti per credere a lui; Matteo 23, 15 segg.: - Ma guai a voi, scribi e farisei
ipocriti….guai a voi, guide cieche…che colate il moscerino e inghiottite il
cammello…Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché siete simili a
sepolcri imbiancati, che appaiono belli di fuori, ma dentro sono pieni d’ossa
di morti e d’ogni immondizia. Così anche voi, di fuori, apparite giusti alla
gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e d’iniquità…ecco, io vi mando dei
profeti e dei savi e degli scribi; di questi, alcuni ne ucciderete e
metterete in croce; altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li
perseguiterete di città in città, affinché venga su voi tutto il sangue
giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di
Zaccaria, figliuolo di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l’altare. |